"...  pronunciavamo parole ma i nostri cuori erano muti. Il mio cuore era falso, ma il suo era morto. Io avevo bisogno di dialogo ma lui non lo sapeva far fiorire …".

I documenti dottrinali definiscono il sacerdote: "esperto in umanità, esperto di comunione". La definizione mi sembra un po’ ridondante e anche un po’ presuntuosa. Mi sembrerebbe più realistica così: esperto di relazioni umane, esperto di vita, esperto di dialogo.
Ma ahimè anche con questa modifica quale contrasto con la realtà! Non voglio fare il pessimista, anche perché grazie a Dio mi sto riprendendo da una disastrosa scivolata e non intendo certo fare contestazioni inutili. Tuttavia se ripenso agli anni della mia formazione, se ricordo volti e atteggiamenti dei miei professori, se ricordo le mie prime esperienze di convivenza con il parroco così sicuro di sé allora devo proprio dire: ahimè!
Tra i miei maestri ben pochi capirono che il problema della mia interiore maturità dipendeva molto da ciò che mi dicevano e dal modo in cui me lo dicevano. Ho conosciuto uomini distrutti con le parole, ho conosciuto uomini ricostruiti con le parole e con i sentimenti che esse rivelano e accompagnano. Io sono uno di loro.

Rianalizzando il mio  passato mi sembra di individuare come principale causa dei miei problemi il fatto di non aver mai trovato qualcuno capace e disponibile al dialogo. Colpa mia ..., colpa loro .., colpa di entrambi ...? Certo, non ero un caso facile; ma è possibile che chi ha bisogno in modo particolare dell’aiuto degli altri, proprio allora non trovi nessuno capace di dire col cuore giusto la frase veramente giusta? Tutti troppo spesso  ci pentiamo di frasi sbagliate, che hanno fatto del male. Quanto bene avrebbe potuto fare il mio superiore ... forse, gli sarebbe bastato un po’ più di sforzo ... invece ricevevo unicamente parole e atteggiamenti graffianti, intolleranti, ironici, di rigetto.
Cercavo in lui comprensione, inutilmente. Mi sembrava ingiusto non riceverla da uno che ritenevo dovesse essere un "esperto di umanità". Non riuscivo a spiegarmi, ma ero anche regolarmente frainteso. Per capire un uomo bisogna volerlo capire! Quando sbaglia, si sbaglia come lui se lo si emargina, nelle valutazioni, nel cuore e poi nella relazione, nella comunità. Ricordo tre incontri importanti col mio superiore, tutti e tre conclusi sempre allo stesso modo: non c’è più nulla da dire o da fare. La soluzione migliore sembrava sempre "ciascuno per conto proprio". Pronunciavamo parole che dal cuore non uscivano e che i cuori non sentivano. Il mio cuore forse era falso, il suo proprio non c’era. Avevo bisogno di dialogo ma lui non capiva. Vivevamo insieme, male e scomodamente. Eravamo su binari paralleli, apparentemente vicini ma andavamo in direzioni opposte e forse non ci siamo mai veramente incontrati. Che tristezza conoscersi e ignorarsi. Che tristezza salutarsi la mattina e vivere giornate di diffidenza e di gelo. A me già indebolito e sbandato sembrava ingiusto e impossibile vivere così. Poi trovai in questo stato di cose una giustificazione alle mie debolezze. In quei mesi interminabili mi sono convinto che l’uomo ha bisogno di sentimenti e molto meno di idee. Come potevo aprirmi e lasciarmi aiutare, da un uomo che mi sembrava incapace di vivere con sentimento, che mi sembrava non voler capire i miei sentimenti? Non lo pensavo capace di dire: io amo, io spero, io odio, io ringrazio, io perdono. Mi sembrava solo capace di dire: io penso, io giudico. Stop. Mi sono smarrito perché non ho avuto la possibilità concreta di comunicare veramente con qualcuno, non ho potuto o non ho saputo confidare a nessuno il mio mondo interiore, pieno di miserie e di ricchezze.

Un fratello dove lo trovi? Troppo spesso mi è capitato di vivere con tante persone e di sentirmi solo. Sempre perché non respiravo in una atmosfera sincera e di fiducia. La fiducia è la certezza di non essere traditi. Per decidere di incominciare a confidarsi è necessario esser certi del senso di responsabilità e discrezione della persona cui ci si affida. Come potevo confidarmi con il mio superiore se ero sicuro che non avrebbe mai accettato compromessi, incertezze, ambiguità in attesa della mia maturazione? Ho sempre temuto di essere colpito da chi mi avesse ascoltato sia durante il periodo della mia cosiddetta formazione e poi in quello della crisi. Non ho mai sperimentato la gioia della confidenza reciproca.
Ho vissuto con fratelli di cui non mi fidavo e che non si fidavano di me. Quanto più avevo bisogno più li sentivo lontani. Quando mi avvicinavo cambiavano discorso, abbassavano il tono della voce, si allontanavano. Questo ha aumentato le mie paure di condanna e mi spingeva sempre di più verso l’evasione.

È forse utopia sperare in un dialogo tra cuori? E forse utopia aspettasi che il superiore sia una realtà umana che con gioia aspiri ad un dialogo fraterno? Forse sarebbe utile proporre per tutti i sacerdoti e specialmente per quelli investiti di responsabilità di governo, una "scuola più avanzata di dialogo e di vera umanità". Questo sono sicuro eviterebbe a molti il calvario che ho passato e che non auguro proprio a nessuno.