Nella mia storia si ripete il suo dolore questa è la "mia" testimonianza.

«... mi sono trovato a soffrire angoscia e disperazione ho cercato di annientarmi. La morte mi sembrava la porta della liberazione, la possibilità di non tradire più Dio ...».
Nella lista dei discepoli prediletti mi trovo sempre all’ultimo posto, con la nota distintiva "colui che lo tradì", "il traditore". Sono il primo sacerdote in crisi, il primo che a modo suo ha pagato con la vita il mistero della propria appartenenza al Messia.
Gesù afferma esplicitamente di avermi "scelto" (Gio 6,70) per la contemplazione e l’apostolato. Nessuno sarà così sprovveduto da ritenere che il Cristo mi abbia scelto proprio perchè lo tradissi! Sarebbe come disconoscere completamente le dimensioni di verità e di amore del mio Maestro. Per chi conosce la cura che Gesù dimostrò sempre nel proteggere i suoi (tutto il Vangelo ne è testimonianza) non sarà difficile ammettere che pure io sono cresciuto accanto a Lui come apostolo convinto assieme agli undici miei compagni. Del resto, proprio per le mie qualità di affetto e di fedeltà al Maestro e ai colleghi sono stato fatto economo e depositario ("teneva la borsa", dice Giovanni). Io ci tenevo a "stare con Lui"!

La mia tempesta intima iniziò quando immerso tra la folla giunta al vertice dell’esaltazione, pure io con i miei compagni volevo proclamare Gesù re. La mia fede fu scossa e incrinata, allora, come accade in chi riceve un disinganno terribile proprio dalla persona più amata. Gesù rifiutò l’omaggio popolare e propose il mistero del suo corpo e del suo sangue come cibo e bevanda (una realtà che solo l’umiltà e la fede  possono comprendere) e ci indicò chiaramente che non si sarebbe mai realizzato il suo trionfo per noi evidente in quel momento. Era duro accogliere e fare propri i nuovi indirizzi del Maestro. Molti di noi si rifiutarono di seguirlo sulla strada oscura della fede.
Da allora cominciai a sentirmi defraudato di qualcosa che mi era molto caro, l’attuazione concreta e visibile del suo regno di amore.
Fu una crisi terribile, di fede e di speranza, maturata nel crollo delle illusioni e di progetti troppo terreni, ma sinceramente orientati, quasi ancorati, sulla persona di Gesù e sul suo annuncio.
Egli si accorse della mia crisi. Forse per scuotermi disse che ero "diavolo" (Gb 6,70). Oggi capisco appieno il senso di quella terribile parola. Diavolo non perché stavo per diventare omicida come il diavolo o come i Farisei invidiosi (Gio 8,44) ma piuttosto come Pietro quando pretese di imporre al Maestro i propri criteri troppo umani contro il destino di morte del "servo sofferente". Anche Pietro fu chiamato "satana" quando per amore, come me si oppose allo spirito di obbedienza di Gesù e al suo cammino verso la passione. Anche lui, nell’orto degli olivi, cercò di ostacolare quel cammino con il colpo di spada.

Il mio attrito con la volontà del Maestro aumentava ogni volta che Egli annunciava il finale tragico della sua vita sulla terra.
Neppure io so spiegare come abbia potuto tradire il mio Maestro con un bacio di saluto. Chi può credere che lo abbia fatto per guadagnare trenta sicli d’argento? I sentimenti più contrastanti sconvolgevano il mio animo. Mi ritrovai come ogni uomo peccatore, confuso e disilluso negli ideali più intimi, immerso nell’oscuro mistero dell’opposizione ai progetti di Dio, sconvolto in un abisso insondabile di debolezza e di progressiva cecità.
Matteo fa una diagnosi corretta degli stati interiori che esplosero in me dopo il tradimento. L’attento evangelista afferma che quel tradimento provocò dentro di me un disperato pentimento. Con una parola ben precisa Matteo (Mt 27,3) sottolinea quanto io vivevo in quel terribile momento: il rimorso, l’inizio del cambiamento religioso del cuore, della conversione interiore, misto ai germi della disperazione.