« ... ho riconosciuto la mia colpa. Il mio pentimento violento e umanamente disperato era sincero e motivato dall'amore».

La mia verità, attestata dall’evangelista, è che la condanna a morte di Gesù provocò direttamente il mio cambiamento spirituale. Nonostante conoscessi l’odio e le intenzioni di vendetta del sinedrio, chi può affermare che io "volevo" la morte del mio Maestro?

Come il mio dolore, anche il mio pentimento fu immenso, fatto di consapevolezza tragica del mio sbaglio e di desiderio concreto e disperato di correre in qualche modo ai ripari. Amavo ancora Gesù l’innocente. Vedendolo prossimo alla morte ignominiosa ho cercato di affermare il mio amore al di là di ogni umana possibilità. Restituendo i trenta sicli d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani, frutto del contratto satanico, ho voluto dissociarmi pubblicamente dal gesto che avevo compiuto perché accecato. Soprattutto dinanzi a loro, i rappresentanti di Jahvè, ho voluto proclamare la mia colpa, il mio pentimento e la mia fede ad alta voce: "Ho peccato, tradendo il sangue innocente". Sopportando i loro scherni e la loro indifferenza al mio dramma, come fecero Davide, Pietro e come fanno tutti i pentiti di cuore pure io ho riconosciuto la mia colpa.

Il mio pentimento era violento e umanamente disperato, ma sincero e motivato dall’amore. Dinanzi alla "visione" della condanna a morte di Gesù (Mt 27,3), dinanzi alla mostruosità delle conseguenze del mio gesto sulla vita del Maestro e su quella di sua Madre non mi rimaneva che una sola cosa da fare.

La Bibbia dell’Antico Testamento non dà nessuna norma sul suicidio, non si è pronunciata esplicitamente sulla sua moralità. Raccolsi tutte le forze del mio essere e cercai di espiare la mia colpa con la rinuncia alla vita, mentre la vita innocente veniva immolata sul Golgota.
Con quel gesto estremo ho cercato di vivere l’insegnamento supremo del Maestro: «Nessuno ha amore più grande di chi dona la propria vita per l’Amico» (Gio 15,13).

Chi, tenuto conto del mio pentimento motivato dall’amore, giunto fino all’espiazione estrema, si sente di affermare con fondamento teologico e biblico che io sono dannato?

Questa è la testimonianza di un sacerdote (e non è il solo!) che, consapevole del proprio peccato, ha desiderato morire per non offendere più il proprio Signore. Ho peccato tanto nella vita. Sono uno straccio di prete. Chi mi guarirà nell’anima? Chi mi aiuterà a salvarmi?
Oggi mi sento solo di pregare così: Signore, se mi mandi all’inferno ci andrò per obbedire a te almeno nell’eternità. Accetto già fin d’ora di essere un cero acceso che arda dinanzi alla tua giustizia. A modo mio, tra i dannati, proclamerò la tua misericordia perchè non mi hai annientato.