È necessario distinguere i consacrati che si trovano in crisi perché non hanno corrisposto fedelmente alle esigenze dl una vocazione autentica che possedevano in se stessi, dai consacrati che si trovano in crisi per il fatto che non avevano in sé le condizioni naturali, le potenzialità o addirittura la idoneità per "vivere" tale vocazione e missione.

Vorrei tanto sapere se e in che misura la vocazione  sacra è un fatto di creazione. "Dal grembo di tua madre ti ho consacrato" cosa significa? Forse che la radice e la garanzia della identità sacerdotale, per molti di noi, vanno ricercate innanzitutto "nel grembo della madre", cioè nella struttura psichica fondamentale prima che nella consacrazione presbiterale effettuata dal vescovo? Significa che con la consacrazione il vescovo dichiara, certifica, inserisce nel presbiterio, affida una missione e in questo senso “consacra” ufficialmente e definitivamente ciò che, nella madre, Dio stesso ha creato e consacrato e che la persona ha opportunamente maturato e riconosciuto come essenziale per sé? Significa che la mia consacrazione non va intesa come evento cronologico databile (non inizia con quel giorno preciso e con il rito della imposizione delle mani) bensì come dato ontologico, presente dalla creazione della mia persona? L’essere sacerdote è “ciò per cui sono stato creato”, è ciò che si trova inscritto nel mio essere, come un dato essenziale? Se sì, da quando?
Lascio agli esperti le risposte a queste e altre domande che ho sofferto come dramma mio e di altri.

Sta di fatto, però che è enorme la responsabilità di fronte al Dio delle persone, alla Chiesa fatta di persone, che consacra le persone e le manda alle persone, quando si dice "tu sei sacerdote" a un uomo che non lo è! Chi, che cosa costituisce un uomo nello stato di sacerdote? Un rito? Una carta firmata e timbrata? Quanto male si può fare alla persona, anche in nome di Dio, quando non la si tiene presente nella sua oggettiva identità e potenzialità, prima di qualsiasi altro criterio valutativo e identificativo, sia esso di ordine teologico, morale, giuridico, socio culturale! Quando si richiede a un uomo, cosiddetto consacrato, una fedeltà a Dio che non coincide con la fedeltà a se stesso!

"Se non sei chiamato, comportati in modo da divenirlo". E se per molti questo suggerimento fosse una violenza? Una forzatura innaturale, impossibile? Mi sembra più giusto dire (come voi dite, qualche volta): pazienza! Accade nella vita di sbagliare. Si prendono decisioni, orientamenti che sembrano giusti e che, con il tempo, si rivelano errati. In verità. Sì, in verità. E allora? Non è meglio tornare sui propri passi e cominciare di nuovo la fatica del vivere in verità con se stessi?

Le chiarezze circa l’identità del sacerdote non mancano. I documenti che approfondiscono questo tema sono chiari, gli insegnamenti a questo proposito sono perentori ed io personalmente li condivido. Ma ciò che mi pare sia mancato e manchi tuttora nella storia concreta mia e di molti sacerdoti è l’aver dimenticato che non tutti i "consacrati" erano o sono "chiamati" e che i criteri dl vocabilità autentica vanno individuati innanzi tutto nella profondità della persona. Non che per essere sacerdoti si debba essere super uomini. Ma uomini con precise caratteristiche e potenzialità, sì!  Pena la immane fatica di restare coerente con un’identità non posseduta e lo stress, e la ricerca di compensazioni, e la doppia vita, e l’abbandono. Abbandono, forse no. Poiché di ritrovamento si tratta e non di apostasia. Io, ad esempio, laureato in teologia dogmatica a pieni voti e con lode, ho una conoscenza pressoché perfetta della identità e del ministero del sacerdote ma quelle idee non hanno mai potuto trovare in me corrispondenza reale, identificazione con una personalità umana che era e rimane creata per altro stato di vita. Sinceramente. In verità.
Non sarebbe giusto accusare me, o altri come me, di infedeltà a Dio o agli uomini. Non avrei pagato prezzi alti e devastanti se qualcuno mi avesse aiutato, in tempo, a leggermi nell’intimo, se qualcuno si fosse accorto che io, come tanti altri, non ero stato creato per il sacerdozio. Non possedevo la idoneità e nessuno me l’avrebbe potuto regalare.

Forse attraverso la lettura delle radici remote di tante crisi e di tanti abbandoni Dio vuol farci capire, tra i tanti richiami,  anche che lui non chiama al sacerdozio chi non era creato per quella forma di vita e quel ministero. Cosa può fare il Dio vocante se noi abbiamo accettato e consacrato chi non era vocato? Quale fedeltà puoi chiedere a chi non è chiamato?

Ringrazio il Signore, per me e per altri come me, se prima o poi ci ha fatto toccare con mano che non eravamo oggettivamente chiamati e ci ha ricondotto alla forma di vita cristiana che per la nostra natura, per la nostra reale persona è congeniale. Nessuno può essere sacerdote se non ha in sé la sacerdotalità. Questo complesso di potenzialità umane e cristiane, già come grazia e come chiamata, ha le sue radici nella natura. Dio non chiama dal di fuori bensì dal di dentro, nel di dentro della nostra individualità, delle nostre potenzialità. Una vocazione sovrapposta dall’esterno è inautentica, è dannosa, non dura. Quando non diventa tragedia. Almeno per me è successo così.