Sotto l’esperienza di quel mio "amore" per lei,  quali realtà si nascondevano?

Non ho intenzione di dare lezione a nessuno. Questi sono soltanto appunti del mio diario di crescita. Sono appunti ovviamente "personali" ma ve li affido perché spero possa servire anche ad altri sapere come ho riconosciuto il problema della mia dipendenza da una donna e come sono riuscito a superarlo. Forse, attraverso l’esempio vissuto della mia storia, qualcuno  potrebbe essere incoraggiato ad intraprendere una analisi più seria del “grande amore” che prova e che, non di rado, è solo un grande riflesso dei propri vuoti e dei propri bisogni nevrotici.

Vorrei proprio tanto parlarvi di una mia dipendenza morbosa (è soltanto mia?) da una amica, da una donna. Vorrei anche confessare le menzogne continuate che chiamavamo "amore", e che mascheravamo con deliziosi termini e con promesse intrinsecamente bugiarde. Cosa si nascondeva nelle frasi «nessuno ti amerà come me» oppure «non ti abbandonerò mai» oppure «tu sei la mia vita» eccetera? Quelle povere parole erano l’espressione delle nostre insicurezze, erano il tentativo di rendere sempre più stabile una dipendenza reciproca che ci sembrava l’unico rimedio alle molte ferite che ci portavamo dentro. In cammino con voi  mi sono accorto quanto quell’ "amore", fondato su miei bisogni inconsci, ostacolasse la maturazione della mia persona e quanto la felicità che promettevo fosse irrealizzabile e come fosse sicuro, per me, il fallimento se non avessi intrapreso un serio cammino di verità.

Invitato da un amico laico ho accettato di leggere più accuratamente la mia relazione affettiva con M.. Agli inizi della mia autoanalisi,  il mio stato di dipendenza da lei era tanto forte che non avrei mai accettato la minima ipotesi di separazione, e quanto più percepivo la precarietà della mia relazione di sacerdote con una donna tanto più mi accorgevo di voler escludere tenacemente dalla coscienza ogni cosa che potesse turbarla.
Ringrazio Dio che, gradualmente lungo il mio cammino faticoso, mi ha aperto gli occhi dosando la luce interiore in proporzione delle mie capacità di accettazione. Ero così incapace di esistenza autonoma, che non avrei sopportato fin dagli inizi l’intera verità.

Il mio punto di partenza fu quando un amico mi disse che io giocavo con leggerezza con i sentimenti  miei e di M., e che quelle fantastiche promesse ed evasioni erano molto più inganno che amore, e mi fece anche notare che nonostante tutto, ero solo e smarrito. Ecco! Il punto di partenza fu proprio il riconoscere di sentirmi comunque smarrito (voi dite "inconsistente"). L’idea che M. potesse abbandonarmi suscitava in me un  panico terribile, così come mi era addirittura inconcepibile il pensiero di farla finita con lei di mia iniziativa. Entrambi non avremmo mai ammesso neppure a noi stessi di vivere una relazione forzata da interiori “bisogni”: bisogno di sentirsi significanti per qualcuno, bisogno di sentirsi amati più che di amare, bisogno di sperimentare la sessualità, bisogno di vivere una realtà idealizzata, e chi più ne ha più ne metta.
Sentivo che la mia paura di perdere M. era sproporzionata, e decisi di voler capire se si trattava di una esagerazione emotiva o di qualcos’altro che ancora sfuggiva alla coscienza. Cominciavo a capire di dover leggere più in profondità la mia relazione, le mie emozioni. Mi accorsi che per sopravvivere al naufragio, la mia “persona” mai nata si era aggrappata all’idea e all’occasione di un’intima relazione amorosa, così gratificante, così risolutoria. Per quello stesso motivo mi riusciva spontaneo ignorare i vari risvolti della realtà.

Impiegai parecchio tempo e mi occorse grande forza per riconoscere che anche l’amore di M. per me non era altro che una dipendenza morbosa, sia pur motivata da fatti inconsci differenti dai miei. Così dovetti ammettere che quel mio "amore" mi serviva per evitare il vero problema cruciale della mia esistenza, cioè quello della mia immaturità affettiva. Certamente avrei evitato parecchie cantonate se allora non fossi stato così determinato, inconsciamente, a trovarmi una soluzione facile al dramma della mia non esistenza ... .
Pressioni inconsce mi facevano assumere atteggiamenti che sembravano dettati da amore e che invece erano imposti dalla paura fondamentale di restare solo e insignificante per tutti. Ero attentissimo ai "bisogni" di M. onde evitare ogni minimo rischio di rottura. Cercavo ogni occasione per confermare in lei il sentimento di una protezione che le spettava esclusivamente e che non avrebbe mai avuto fine. Io l’avrei tenuta sempre tra le braccia e non l’avrei lasciata mai più. Confermavo in lei la certezza che, dopo parecchie esperienze disastrose in fatto di uomini, finalmente lei aveva trovato l’uomo (si, ho detto l’"uomo"! che coraggio!) da poter amare veramente e su cui fare pieno affidamento. Certamente, quando andavamo a spasso insieme tenendoci per mano, le apparivo come un eroe e lei si sentiva sopraffare dalla felicità. L’essere scelta da me rappresentava addirittura "un dono di Dio". Anche M., solo più tardi ebbe il coraggio di riconoscere che si trattava di sogni di due tardo-adolescenti fatti ad occhi aperti.

Un altro passo decisivo fu quando mi resi conto che le nostre aspirazioni all’amore e al matrimonio si acutizzavano ogni volta che la vita ci metteva di fronte a qualche difficoltà. Cosa si nascondeva sotto questo fatto? Certamente la mia incapacità ad affrontare le difficoltà, incapacità che generava in me il "bisogno" di avere qualcuno che mi sostenesse, che mi proteggesse, che mi sostituisse. Esaminando più in profondità il mio comportamento riuscii a capire di cosa era fatto in realtà il mio "amore" per M.. Coscientemente non mi ero mai detto la verità. La "amavo" unicamente perché avevo "bisogno" di lei, perché ero incapace di vivere da me stesso come persona adulta. Non mi ero mai accorto di questa verità perché avevo inconsciamente organizzato tutto il mondo dei miei pensieri nella speranza di allontanare ogni rischio di solitudine. Cominciai così a capire la radice dei sentimenti di delusione, di irritazione, di offesa, di stanchezza e di depressione, che provavo alle minime contrarietà che ricevevo da lei. Il  vero motivo era sempre la paura di rimanere solo, era la mia incapacità di esistenza autonoma, era il timore di perdere il sostegno che mi ero creato. Capii anche perché i doni che ci scambiavamo ci coprivano di gioia eccessiva. Volevamo illuderci che tutto sarebbe durato e non volevamo pensare ad altre alternative.
Non avrei mai creduto di riuscire a scoprire che il mio "grande amore", lungi dall’essere una nuova vocazione, era in realtà l’espressione dei miei inconsci meccanismi di difesa con i quali la mia persona cercava di sfuggire, forse in buona fede, alle esigenze e alle responsabilità dell’autentica maturità.