Gesù offre  il suo dolore giungendo sino al grido: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Questo lamento non fu ribellione.

Ho combattuto per difendere i poveri. Avevo contro di me tanti, gli sfruttatori delle multinazionali, alcuni confratelli, lo stesso Vescovo. Preferivano stare a guardare. M i invitavano alla cautela, al silenzio. Con me restavano soltanto gli sfruttati, gli oppressi, gli uccisi. Alla foce del Rio delle Amazzoni, trenta isole erano la mia parrocchia, su un fronte di 300 Km. Io, la barca e Dio: questa la mia vita per 15 anni, una vita bruciata volentieri per regalare cuore, pane, medicine, Eucarestia, a chi ogni giorno era minacciato di morte.

Ho custodito il mio cuore e il mio corpo perchè ero convinto (e lo sono tuttora) che un missionario non deve essere di nessuno per poter essere tutto di tutti. La mia verginità, sinceramente, mi costava. Ma l’amore pieno, non curante dello stress, offerto a tutti mi ripagava molto di più.
Finalmente i Superiori mi mandarono, come compagno di Missione, il mio migliore amico. Veniva dall’Italia, Angelo, un fiore di ragazzo e di prete, 32 anni, l’entusiasmo in persona. Restammo assieme alcuni mesi, stupendi. Un giorno arrivò il Vescovo per la visita alla Missione. Salimmo tutti e tre sulla barca, mia inseparabile compagna di fatica, e ci mettemmo in viaggio verso l’isola di Sao Joao. Era passata poco più di un’ora, un’ora di serena conversazione scandita dal ritmo del motore e dallo sciabordio dell’acqua. Tutto accadde all’improvviso. La barca fu urtata violentemente da un tronco sommerso, sospinto dalla corrente che scendeva contro di noi. Fu un attimo. La barca si sollevò, si capovolse, feci appena in tempo a vedere il Vescovo che stava per essere sommerso. Due vigorose bracciate e riuscii ad afferrarlo. Riuscii anche ad aggrapparmi alla chiglia capovolta, trattenendo ancora per un braccio sua eccellenza. In quello stesso istante mi sentii aggrappare ai fianchi da due mani piene di vita che invocavano aiuto. Era Angelo, il mio amico con cui avevo condiviso i giorni e le notti, le paure e il coraggio. Era stato la mia difesa, la mia saggezza, la garanzia della mia perseveranza. Una presenza di Dio. Non potevo lasciare la barca, l’unica possibilità di salvezza per me e per il Vescovo che trattenevo afferrato a stento. Ma come aiutare Angelo a non morire così, nell’acqua melmosa, nella tenebra di un aiuto invocato e non ricevuto, nella tensione di un abbraccio che non aveva risposta?

Il Vescovo mi guardò, capì, mi disse "è finita, non c’è più niente da fare". Confesso che in quel momento avrei voluto abbandonare sua eccellenza alla corrente, che se lo portasse lontano con quella sua assurda, spietata sicurezza. Feci uno sforzo immane a trattenerlo in salvo mentre le due mani che mi avevano afferrato ai fianchi ormai si stavano allontanando dal mio corpo, dal mio cuore, dalla mia vita.
Con quelle due mani che ancora mi sento addosso, Dio ha soffocato in me tutta la fede e la speranza. Perchè mi ha trattato così? Perchè mi ha strappato il cuore? Mi ha voluto spegnere come uomo, mi ha voluto stroncare come prete, mi ha voluto umiliare come lavoratore generoso. Ma quello che non potrò mai accettare è la violenza che Lui ha usato contro il mio fratello più caro. Mi viene spesso sulle labbra la frase che Lui stesso ha pronunciato contro l’uomo. Mi viene da dirgli:
"Caino, che ne hai fatto di mio fratello?". Questa bestemmia non mi fa paura. E l’unica preghiera che so dirgli. Mi sento in guerra con Lui e ho un bisogno immenso di fare pace con Lui dentro di me, ma non lo voglio, non posso volerlo, non mi interessa più niente. Era meglio che morissi anch’io con Angelo, l’amico che aveva colmato la mia solitudine sacerdotale. Era meglio che Lui si tenesse in vita il suo vescovo, per la sua Chiesa, per i suoi poveri ai quali noi volevamo regalare ancora tutto noi stessi. Alcuni mi dicono: "vai da uno psicologo". Altri mi propongono di lavorare o di pregare e dimenticare. Non posso, perchè sento di essere stato tradito, tradito da Dio, sento che questa sofferenza, questo immenso dolore è troppo privo di grazia per potersi attenuare. Io non ho scelto di morire in quel giorno di pieno sole, mentre assaporavo la vita e la vocazione a pieni sorsi ed ero sicuro che Dio mi amava. E’ Lui, soltanto Lui che voi chiamate Padre, è solo Lui che ha deciso di uccidermi nelle parti più vive e più pure di me. E per questo, solo per questo tradimento, che non voglio vivere più. Non voglio più che mi parliate di Lui.