Esiste un volto della crisi del prete, un volto che tutti conoscono e del quale pochissimi parlano. E’ un volto che è facile vedere all’altare o nell’ufficio parrocchiale o per strada o in un bar, persino in ferie. E’ il volto della noia. Sul viso di tanti preti, conosciuti da tempo o incontrati per caso, mi capita troppo di frequente di scorgere una espressione di malumore e di malcontento, come una maschera di tedio e di depressione che deturpa i lineamenti un tempo luminosi, eleganti.
Quel volto è diventato anche il mio. Ho soltanto nove anni di sacerdozio ma, chissà per quale misterioso contagio, sono già abitato dalla noia, stanco di lavorare e di riposare, stanco di vivere, stanco di sperare, stanco di decidere. Nulla nel mio profondo, nulla mi attrae, nulla mi soddisfa, nulla mi scuote. Vivo solo l’assenza di ogni interesse, il fastidio per la vita. Tutto è diventato opaco, tinto di grigio.

Mi annoiano anche le mie vecchie passioni che ormai trovo monotone nella loro tirannia, mi sembrano un vano tentativo con il quale il mio profondo si sforza di sussultare per farmi credere che esisto. In questo mi sento molto simile a tutti i laici con i loro normali problemi di vita, mi sento simile agli operai annoiati dalla routine o alle casalinghe frustrate dalla monotonia dei fornelli e delle pulizie. Eppure non mi sento veramente depresso. Mi sento solo saturo di noia, vivo la noia. La nausea di me è l’unica forma vivace di autocoscienza. Il resto è tedio, lucido vuoto di tutto.

Mi chiedo che senso ha questa mia vita fatta di insoddisfazione continua, di fastidio, invasa dal disagio esistenziale. Che senso ha questa inclinazione che mi è connaturale, questa capacità di cogliere la monotonia di ogni cosa, l’inutilità e la vanità di tutto ciò che ho, di tutto ciò che sono? Mi sento impastato di un senso doloroso della vita, ho paura di diventare un disperato. Ho scelto il sacerdozio a ventiquattro anni perchè mi pareva l’unica possibilità di sopravvivenza. In seminario sono stato apprezzato come amante del silenzio e della riflessione, calmo, obbediente, senza grilli per la testa, meditativo. Una bella vocazione adulta che non avrebbe dato mai problemi al vescovo. Ero effettivamente diligente, studioso, ma anche allora nulla aveva senso per me. Posso dire di avere scelto? Fin da allora non "sentivo2 di esistere. Da dove vengo? Dove vado? Perchè vivo? Ero un oggetto morto fra altri oggetti, nato senza averlo voluto, venuto al mondo senza essere in realtà in grado di esistere. Se mi concentro, mi sento come un fantasma, un’ombra impalpabile in un corpo privo di anima. Non mi chiedete cosa è la vita. Per me non è altro che tedio mortale, ineluttabile, essere al mondo senza ragione, senza senso. E vivere da morto. Questa è già la vita eterna?

Dovevo annunciare che Cristo è risorto e vivo ma come proclamarlo quando si è invasi dalla consapevolezza che la nostra vita non ha sbocco, che la nostra speranza si dissolve nel nulla, che tutto è vanità? Come annunciare l’amore? Al Vangelo mi prendeva più forte la nausea, sentivo di dire parole senza senso, con uno sforzo violento che prima o poi mi avrebbe devastato. Sull’altare mi assalivano pensieri assurdi, mi pareva di sentirmi come si sentiva Gesù quando sperimentò la noia ("coepit pavere et taedere"; paura e tedio!). Anche Lui assaporò la noia come cuore profondo della propria esistenza, come la materia di cui ogni uomo è fatto. "Là mia anima è triste fino a morirne": anche Lui fu pervaso dalla insopportabilità dell’esistere. Per Lui fu tentazione? Fu esperienza tragica, morì naufragato in quella noia? Di cosa era "fatta", sostanziata la sua implorazione "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Anche Lui assaporò l’ultima goccia del calice amaro della vita, l’angoscia dell’abbandono da parte di Dio? Questi e altri pensieri costellavano le mie eucarestie recitate, disperate. In seminario mi hanno insegnato che la vita è sostenibile soltanto in prospettiva di eternità ma per il mio profondo tutte quelle parole non hanno mai avuto significato, non potevano fare presa. Come era difficile sopportare lo spettacolo dei miei fedeli in chiesa, anche loro pervasi dalla noia, con la desolazione sul volto, in attesa di messaggi che non avrebbero scalfito i loro cuori assonnati! Alla messa, mentre vivevo la "mia" agonia del Getsemani, li vedevo come gli apostoli nell’orto dopo l’ultima cena, addormentati di noia, noncuranti del sudore di sangue, assenti, spenti nell’anima.

Con buona pace di Pascal, alla radice della mia noia non c’era né l’ozio né una vita immorale satura di frustrazioni. Ho sempre cercato di fare sul serio il mio dovere. Recitavo, rappresentandomi come "alter Christus", ma ero coerente alla missione ricevuta. La mia vita era piuttosto occupata, era spesa per gli altri. Mi sono impegnato molto anche a leggere libri sapienti. Ml aggrappavo a loro come a tavole di salvezza ma non ne ricavavo nulla, se non disgusto. Come si può sopportare una frase come questa: "l’uomo non vuole essere altro che felice e non può non volerlo essere" (Pascal)? E gli uomini come me cosa vogliono? Cosa possono volere o non volere?
Soltanto in Agostino, ho trovato parole serie come questa; "Questo soltanto io so, che il mio male è lo stare senza di te". Ma come superare questo abisso mortale che ci separa da Lui? Come colmare la voragine che mi inghiotte giorno dopo giorno, ora dopo ora? Mi avete indicato l’interlocutore che mi può guarire? Avete aumentato il mio disgusto, la mia disperazione perchè avete ignorato la mia sostanziale impotenza, avete giocato cinicamente con un morto, lo avete umiliato invitandolo a vivere.

Esistono uomini nati morti. Io sono nato morto e la sacra ordinazione non mi ha reso vivo. Non voglio dare un’amarezza al mio vescovo, ma l’imposizione delle sue mani sul mio capo è stata solo, per me, un’altra pietra tombale.