Prima di impegnarmi in una verifica  sincera con voi, desidero essere sicuro di non correre il solito rischio di rimanere deluso; troppe volte mi è già capitato. Non posso più permettermi di sbagliare, non mi sento più di affidarmi ciecamente.

Accoglienza, per voi, è anche sinonimo di accettazione? Per me è una cosa essenziale. Troppe volte sono stato accolto senza essere accettato! Anche l’istituto religioso che mi aveva accolto non mi ha mai accettato. Come potrò mai sentirmi accolto se non mi si lascerà la libertà di essere me stesso, nei miei pensieri e nei miei gesti, nei miei limiti e nelle mie ricchezze? Si potrà non condividere quello che penserò, che dirò o che farò, ma - mi chiedo - scatterà subito la critica, il giudizio, la classificazione in buono e cattivo, la diagnosi di malattia, il verdetto di colpa? Se cosi fosse preferisco non esperimentare la vostra accoglienza.

Ho bisogno di persone capaci di tacere e di ascoltare, poi ascoltare, e ancora ascoltare. Non chiedo che venga condivisa la mia angolatura mentale; chiedo che mi si lasci vivere nel rispetto della mia personalità, per sbagliata e ferita che sia. Sarete capaci di rispettare e amare l’immagine che mi sono costruito di me stesso? Spero comprendiate che per me questo rispetto è il punto reale di partenza perché mi possa sentire accolto e possa camminare con voi al di fuori di itinerari prestabiliti, verso una guarigione e una realizzazione.

Ho sempre riscontrato in tutti, compresi i miei Superiori un atteggiamento di ... superiorità. Mi si faceva sempre capire, direttamente o indirettamente, che per diversi motivi di età, di grazia di stato, di esperienze, di fedeltà integerrima, eccetera, io comunque valevo di meno, pensavo di meno, capivo di meno. Insomma, sbagliavo di più. Da voi mi aspetto che vi collochiate accanto a me come semplici uomini (se ne trovano così pochi), pari a me nell’umanità, nella gracilità, nel dubbio. Sento che soltanto così riuscirò a comunicare in modo più intimo ed aperto, in modo trasparente e fiducioso. Mi hanno fatto male e ancora mi fanno paura gli atteggiamenti manipolatori e non vorrei che anche voi, nonostante l’etichetta suasiva foste di quelli che preparano e adottano strategie abili e sante per indurre un povero uomo in crisi a volere, a decidere ciò che avete in mente magari d’accordo con la Santa Sede. Non mi piacciono i furbi e gli insinceri, gli astuti e i calcolatori, che cercano di sedurre o di ricattare, passando molto al di sopra delle mie reali ferite, delle mie reali possibilità, e - perché no? - al di sopra delle conseguenze di una mancata formazione.
Non vorrei, mentre cercherò di essere accolto cioè accettato, mi capitasse di imbattermi in un gruppo di potere, se pur ben camuffato, che sotto l’apparenza della bontà orientasse la mia stessa esistenza verso un “bene” astratto che non interessa minimamente alla mia persona. Ho già incontrato questo potere arrogante, questo potere in realtà poco potente, che con la minaccia o il vittimismo, con le lacrime o le promesse, con i richiami a Dio, alla Chiesa, a tutto il paradiso e anche all’inferno, si preoccupava di tutto tranne che di me. Eppure ero lì davanti, con la mia precisa tragedia e le sue confuse, complesse, misteriose radici!

Cerco degli uomini umili e sinceri, che affermino e ricerchino concretamente il vero bene di un povero uomo che è anche sacerdote. Amici che hanno piacere di dialogare con chi non ha più nulla da dire; che hanno il gusto di stare insieme con gli ultimi; che non si scandalizzano di niente, mai. Amici tanto intelligenti da voler ascoltare, addirittura per imparare le lezioni inaspettate della realtà. Cerco presenze spontanee, chiare, limpide, autentiche, serene, schiette, vere. Non so più cosa farmene di chi era ed è tuttora distaccato, disinteressato, assente, burocrate. Vivo di cuore non di gelo. Non voglio più incontrare interlocutori “lontani” per i quali non sono nessuno, per i quali sono un disturbo, o ormai sono un morto, un sepolto. Udivano ma non ascoltavano, sentivano i suoni ma la comunicazione era impossibile. Cosa mi servirebbe rivolgermi a voi se la mia situazione drammatica, i miei sentimenti dolenti e carichi di stanchezza per voi non contassero nulla?

Ho bisogno di essere ascoltato e compreso, forse per un lungo periodo. Ho bisogno di trovare in voi un cuore e una mente "flessibili", perché sento che la rigidità e l’intolleranza ml hanno sospinto in regioni di solitudine e di confusione. Ho le mie colpe, le mie incongruenze; ma sento che devo incontrare qualcuno che accetti volentieri di fare come la mula del buon samaritano. Povera mula! Di lei non si parla mai quando si spiega il Vangelo, eppure è grazie a lei, alla sua calma, alla sua duttilità, alla sua fatica, al suo camminare silenzioso e perseverante ed anche grazie ai suoi scrolloni, che quel poveretto più morto che vivo ha cominciato a riaprire gli occhi e a sperare.

Ecco. Non vorrei incontrare il sacerdote o il levita che tirano diritto per non contaminarsi al contatto del morente. E nemmeno il buon samaritano, immagine troppo alta per essere confusa con i nostri poveri lineamenti! Vorrei invece trovare soltanto la mula del Vangelo che senza tante parole (o ragli!), piega il dorso sotto il peso dell’accoglienza e accetta di sporcarsi con il sangue di un disgraziato, fiduciosa solo nella saggezza e nella serenità del suo Padrone, consapevole che Lui ha già progettato tutto.