Mi perdonerete questo sfogo? Ho proprio bisogno di sfogarmi. La mia è tuttora una crisi di contestazione. Sono d ‘accordo con chi continua a ripetermi: "Sta attento. Il tuo problema sei tu e non gli altri". Ma è pur vero che alla radice della mia disobbedienza e delle mie sofferenze ci sono circostanze di cui "devo" lamentarmi!

Dapprima responsabile di un bel gruppo di laici impegnati, poi vocazione adulta, come giovane sacerdote mi son trovato alle "dipendenze di un parroco che non poteva soffrire i laici. Forse il Vescovo che mi designò a quella grande parrocchia sperava che io convertissi monsignore al Vangelo della laicità? Era un compito fuori della mia portata. Molto meglio per me se non fossi stato esposto a simili conflitti.

Quando ero ancora laico non mi era mai andato giù il fatto che fossimo chiamati in causa soltanto a sopperire alla scarsità numerica del clero, né potevo condividere la tendenza a rendere i laici partecipi della vita ecclesiale soltanto attraverso i ruoli subalterni del catechista, del lettore, dell’amministratore. Che senso può avere, in una chiesa che è comunione tra persone adulte, l’insistere sul fatto che il parere dei laici è solo "consultivo", e che soltanto vescovi e parroci sono gli unici soggetti capaci di esprimere valutazioni di fede sui vari problemi dell’uomo e del mondo? Più tardi mi feci prete anche perché desideravo dare un contributo di rinnovamento dal di dentro del tessuto sacerdotale. Mi sarei impegnato per una equilibrata promozione del laicato nella mia chiesa.
"Noi sacerdoti siamo il loro unico punto di riferimento" mi diceva sovente monsignor parroco. Ma a me la certezza di un ruolo del prete così centrale da essere assoluto non è mai andata a genio.

Cominciai a soffrire la mitizzazione del mio sacerdozio. Avevo sempre temuto il peggiore effetto di questa forma di autosufficienza cioè la marginalizzazione dei laici.
Mi son sentito tradito nell’intimo della mia vocazione quando ho toccato con mano che monsignor parroco non credeva affatto alla ricchezza dei messaggi che provengono dai laici e alla necessità del loro ascolto per la crescita di noi preti. Quando mi ha detto: "Noi siamo gli esperti in umanità" e ribadiva ancora una volta il vecchio concetto di una chiesa centrata sul clero "come su una roccia" e di un laicato fatto di sottomissione e privo di identità, mi son detto: qui è la fine! Mia e della parrocchia.
La mia formazione culturale ed il precedente impegno nella chiesa avevano fatto di me un sacerdote nato dal laicato, nutrito dal laicato, cresciuto nel laicato. Credo che ogni sacerdote dovrebbe conservare o ricuperare questo legame, questa simbiosi fondamentale con la parte più estesa della chiesa. Giorno dopo giorno ho dovuto accettare una realtà contraria. Il dualismo tra clero e laici, superato solo a livello teorico nei documenti dottrinali della chiesa, mi si ripresentava molto frequentemente nella vita di ogni giorno. E’ vero che esiste una immaturità del laicato, però sicuramente esistono anche numerosi laici maturi. Mi dicevo: crediamo o no che anche i laici hanno ricevuto carismi preziosi per il bene di tutti? Riconosciamo o no che viene da Dio l’emergere della loro nuova autocoscienza e della loro funzione nella chiesa? Accettiamo o no questa forte chiamata all’unità?

Il problema è un problema di fede e di comunione autentica. Il peso dei laici nella mia parrocchia fu sempre nullo, sul piano delle decisioni da assumere, perché ai laici non era mai concessa reale udienza presso chi riteneva di possedere l’autorità. Si trattava di un’autorità su tutto, dai pensieri alle decisioni, alle opere. Un’autorità che non intendeva favorire o accogliere conoscenze della realtà più approfondite e articolate, che non intendeva condividere i processi che maturano decisioni autenticamente comunitarie. Era un’autorità non evangelica.
Quando mi sono accorto che per monsignore sarebbe stata impossibile una accettazione del laicato e quindi un radicale cambiamento di mentalità mi sono scoraggiato. E quando ho dovuto sostenere la protesta dei laici adulti che si sentivano estranei a proposte, programmi, iniziative perché non erano stati coinvolti responsabilmente, lo confesso: ho trovato molto più facile fuggire e abbandonare il gregge.
Non potevo più sopportare che nella chiesa "chi decide" non incontra mai chi "deve eseguire", non potevo più sopportare che chi guida, in realtà non dialoga e non ama. Era brutta come la mia fuga anche la fuga quotidiana di chi, per timore di tensioni e difficoltà nella parrocchia (e forse anche per timore di perdere altre sicurezze ...) non voleva assolutamente una vasta consultazione del suo popolo laico, un dibattito costruttivo, una partecipazione reale e responsabile. Mi davano fastidio, tra i laici, gli atteggiamenti di ossequio che non erano espressione di maturità ma piuttosto frutto di passività. Specialmente questi atteggiamenti, sui quali monsignor parroco giocava non poco, evidenziavano la scarsa capacità e il nessun impegno educativo di noi sacerdoti che, anziché preoccuparci di formare persone libere e responsabili, eravamo pronti a penalizzare ed emarginare ogni voce critica e a privilegiare gli adulatori. Mi sarei sentito di impegnarmi con pazienza a tessere la tela del coinvolgimento, della informazione, della partecipazione. Ma come riuscire nell’intento, se il pastore della mia comunità non intendeva porsi a servizio dei carismi di tutti e continuava a dire che la struttura della chiesa è gerarchica e monarchica? Una volta addirittura mi disse: "dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!".
So bene che esistono situazioni ben diverse dalla mia, che hanno un loro significato positivo e appartengono alla storia di tutti i giorni. Ma mi domando in quante chiese i laici sono realmente soggetto consapevole e non semplicemente oggetto di "cura d’anime" e quanti sacerdoti ricordano che, prima di essere preti, essi stessi sono stati laici. In particolare, quanti di noi sono pronti ad eliminare ogni barriera, ogni fossato tra presbiterio e laicato, quanti sono disposti ad abbandonare la tendenza all’isolazionismo del clero, frutto di una concezione giuridica che contrappone i fratelli ai fratelli in quello che invece è un unico "popolo" di Dio? Perché si continua a dire, con i fatti, che è utopia sperare di vivere l’appartenenza all’unica famiglia di Cristo secondo modalità nuove, cioè secondo una nuova cultura di comunione fatta di reciprocità, di corresponsabilità, nel rispetto delle specifiche vocazioni?

Non vorrei essere troppo cattivo ma a me pare che la distanza culturale e affettiva tra sacerdoti e laici sia ancora enorme e che questo dipenda da un fatto ancora più grave. In noi sacerdoti, anche monsignori e parroci, è mancata la volontà di studiare e di capire quale è il progetto dello Spirito (espresso specialmente nel Concilio) a riguardo del popolo di Dio; è mancata la "sapienza" per gustare il sapore della comunione tra noi come unico stile di vita! In molte canoniche è piaciuto conservare la tinta "clericale" della nostra cultura e mentre si rimproverano i laici per la loro mancata disponibilità a servire, si fa finta di non vedere che essi sono privati di autentica fiducia, di formazione cristiana "alla maniera laicale", di spazi reali di responsabilità.
La radicale diffidenza verso le capacità umane e cristiane dei laici è il peccato fondamentale di noi preti. La visione assolutista e di potere, l’impostazione sacrale e verticista con la quale si formano ancor oggi i futuri sacerdoti quando cederanno il passo ad una impostazione dei pensieri e della vita che sia di comunione e di servizio?
Ma forse questo sfogo è fuori tempo, perché ormai la realtà è sotto gli occhi di tutti. In cinquant’anni noi preti abbiamo saputo perdere il contatto con il vasto mondo operaio, poi con il mondo della cultura e con la scuola, poi con le donne, poi con i giovani, ora con i bambini. Le nostre chiese, di laici hanno soltanto i vecchi e soltanto per una decina d’anni. Pazienza! Abbiamo saputo  perdere il contatto  persino con il Concilio Vaticano Secondo!