Nella mia storia personale, oggi risulta chiaro che il mio rifiuto della chiamata da parte di Dio aveva le sue radici nella mancanza di umiltà e di obbedienza al volere di Lui che richiede, da sempre, tutto me stesso. Questa mancanza di disponibilità a farmi usare da Lui senza condizioni, questa resistenza ad abbandonarmi a Lui è all’origine della mia vicenda. Era ed è come un grumo di egoismo che mi porto dentro e che cerco faticosamente di dissolvere impegnandomi a condividere finalmente la sua volontà.
Mi risulta chiaro che per anni e anni sono stato un sacerdote al di fuori della mia identità sacerdotale, perché stabilmente impegnato a realizzare esclusivamente miei progetti e mie speranze e non progetti e speranze di Dio. La mia forte personalità, la mia intelligenza e tenacia, mi sono state di tentazione e di sostegno in quel cammino di allontanamento dalla Sua regia. Ho creduto di essere riuscito a dare forma e sostanza ad una mia "moda" sacerdotale, costruita con una genialità che riscuoteva applausi nella chiesa, tanto brillante da sembrare un’autentica missione. Mi ero costruito anche le mie giustificazioni teologiche. Oggi risulta chiaro che erano solo scuse.

Ero abitato dall’angoscia sottile di essere consegnato a Dio, di dover rinunciare ai tanti beni esteriori e soprattutto a quelli interiori, agli ideali personali che, come tutti, adoravo tenacemente. Angoscia di fronte a un’esistenza di pura e semplice missione, per di più "come pecora in mezzo ai lupi", senza potermi lasciare andare ad essere veramente me stesso e a modo mio. Angoscia di dover rispondere coerentemente a questa voce imprevedibile e penetrante che richiede sempre di più e sempre diverso da quello che saresti desideroso di fare, di dare e di ricevere. Angoscia infine di fronte a Dio, la cui semplicità, la cui nudità è così difficile da accettare e da sopportare da parte di chi ritiene di essere intelligente e forte. Sotto sotto si nascondeva fondamentalmente una grave mancanza di fede, di quella fede che consiste nell’atteggiamento del bambino di cui parla Gesù, di quel bambino che si abbandona tra le braccia di Dio e da Lui solo aspetta energia e guida. Mi mancava quella vita di fede che matura gradualmente nella fedeltà morale di ogni giorno e richiede un cammino costante e ininterrotto.

Ora mi risulta chiaro che, consacrato sacerdote, non ho mai scelto veramente Dio come fulcro della mia esistenza e del mio amore. Un problema di fede, un problema di amore: un problema di preghiera. Sì, credo veramente che la radice remota della mia crisi di identità e di perseveranza sia da individuare proprio nell’aver creduto che la vocazione fosse una chiamata a "fare" il prete e nel non averla accettata come chiamata a "vivere" la fede. Con altri, avevo ridotto tutto a questo: bastava che io conoscessi i miei compiti e doveri e che firmassi la mia brava dichiarazione che ero disposto ad assumerli. Bastava che io "scegliessi". Solo oggi vedo chiaramente che la realtà da accogliere è un’altra. Si tratta di accettare deliberatamente di "essere stati scelti", si tratta dì "riconoscersi scelti" e di amare questo stato di cose, di rispondere alla chiamata di un Altro, dicendo: mio Signore, mio Dio!

Soltanto da poco ho cominciato a capire me stesso come chiamato e come mandato. Con l’aiuto della grazia mi sono convinto di questo e mi sto allenando ad assumere questa verità come criterio abituale del vivere e dell’operare, come qualificazione specifica della mia persona. E già percepisco che attorno a questo nucleo di verità accolta e adorata, sì sta costruendo la mia armonia personale, la mia pacificazione ricca di semplicità e di gioia.
Questo processo di maturazione della mia persona durerà per tutta la vita perché devo ricuperare tanti anni perduti. E triste dirlo ma ho vissuto per troppo tempo in un presbiterio che non aveva scelto completamente il Signore e che non avvertiva l’urgenza di cercarlo e sceglierlo continuamente. Sacerdoti annoiati di lui.
Ma la scoperta importante ormai è in mio possesso. Sì, mi aiuteranno altri amici e sussidi, ma so molto bene che tutto si vanificherà se io non rimarrò fedele a una "mia" scelta fondamentale, la scelta di stare a colloquio intimo con Dio. Ho sperimentato che, per me, la radice della crisi vocazionale stava nella mancanza di fede ma la mancanza di fede era maturata per la mancanza di familiarità abituale con il Signore.

Ormai la mia preghiera si chiama "scelta di Dio" e la mia scelta di Dio si chiama "preghiera". Questo è il tipo preciso di scelta che corrisponde alla vocazione che mi è stata donata e a cui ho deciso di restare fedele. Questo è l’impegno fondamentale che deve incidere direttamente sulla mia esistenza e deve concretizzarsi in atteggiamenti precisi e nei mille piccoli gesti di ogni giorno. Perché è impossibile vivere "veramente" ciò che non si vive "quotidianamente", e perché i valori che danno vita e libertà restano vivi in me, solo se li esprimo continuamente in gesti concreti. In caso contrario, gli stessi valori più alti scompaiono dalla mente e dal cuore. Io ne ho fatto la drammatica esperienza, quando sono arrivato persino a chiedermi che senso ha la vita, che senso ha Dio. Confesso: non ero sacerdote "di Dio" semplicemente perché non ero mai entrato davvero, con la vita e con l’anima, in Lui, attraverso la preghiera. Nessuno può fare esperienza di Dio e restare fedele a Lui se non "vive" una vita coerente con questo ideale. L’incoerenza pratica nella scelta di Lui conduce alla negazione pratica (e talvolta persino teoretica) di Lui.

Con la forza della disperazione e con la gioia di essere salvato mi impegno perché Dio divenga sempre più presenza reale, amico fedele, persona vivente dentro di me. Mi sforzo di prendere decisioni che abbiano sempre Lui come fulcro e come termine, diffidando delle mie motivazioni così spesso contaminate da ripiegamenti e da secondi fini. E un cammino lungo che ho imparato a percorrere  tra voi, prendendo decisioni sincere nella solitudine della mia intimità. Là il Padre si manifesta anche a me, dandomi una nuova conoscenza di sé, la conoscenza che ha riservato per i piccoli, per coloro che non sognano grandi cose ma lo cercano ogni giorno nelle pieghe e nelle piaghe della propria esistenza.