Per una crisi affettiva, andata proprio male, mi ero ridotto a uno straccio. Erano già trascorsi due anni da quando avevo abbandonato tutti gli impegni del sacerdozio. Trentadue anni, senza lavoro, senza casa (i miei genitori si vergognavano perché tutti mi chiamavano spretato), senza amici, nessun segno di vicinanza da nessun compagno di seminario. Mi sentivo ancor più fallito da quando anche lei mi aveva lasciato: non mi perdonò mai di averla ingannata con promesse illusorie.
Arrivò la vigilia del Natale ‘93. Quella terribile sera mentre le strade della città pullulavano di persone, di sorrisi, di regali, mi diressi verso la stazione forse per stordirmi nel frastuono e nel caos, forse per il desiderio di incontrare qualcuno che almeno a Natale mi facesse gli auguri, o almeno nella speranza di poter dormire al caldo nella sala d’aspetto.
Ma cosa speravo di trovare? Chi sognavo di incontrare, con una barba di sei giorni, con gli occhi di chi ha dormito sotto i ponti dell’autostrada, senza una lira in tasca, con una fame sempre inesauribile? Mi sono seduto sugli scalini davanti alla grande piazza. Ricordo che avevo un nodo alla gola. Mi sembrava di aver toccato il fondo della solitudine. È Natale, mi dicevo, ma nel mio cielo si è spenta ogni speranza.
Erano le dieci e mezza e nella stazione anche il frastuono andava spegnendosi, con i passi della gente che si allontanava. Domani dove andrò? A casa non mi vogliono. E poi, in questo stato ... . In seminario, dal vescovo? Eh, si! Dal vescovo, il giorno di Natale ... . Mi fai proprio ridere. Potrei chiedere un pò di soldi a qualcuno. Rimediare due panini e una coca cola, mi andrebbe già di lusso. Ma forse è meglio andare dai cappuccini. A Natale servono certamente qualcosa di buono. Magari un piatto di ravioli. Magari!

"Scusi, ha da accendere?". Bruscamente, una voce di donna fece irruzione nel mondo dei miei sogni, mi ricondusse alla realtà. Alzai la testa. Era giovane, poteva avere ventiquattro anni, due occhi grandi, sereni. "No, purtroppo. Mi dispiace". E chiusi il dialogo, deciso a riprendere il filo dei progetti del mio stomaco.
"Le dispiace? E perché le dispiace?" Oh, questa poi! Ma cosa vuole questa da me? Donne, no! Non ne voglio più sapere. Mi piacerebbe parlare con qualcuno, ma con una donna proprio no. Mi sono bruciato già una volta e sono stufo di soffrire. "E che ne so io?", le dissi con durezza.
"Ma lei non fuma?". "Ah, ma allora è un’abitudine!" risposi stizzito. "Posso stare in pace almeno con i guai miei? Certo che fumo, ma a lei cosa interessa?". Se ne andò, dicendo qualcosa che non capii anche perché sinceramente, davanti alla mia fantasia tornavano con insistenza i ravioli … dei cappuccini.
Stavo immerso nella mia amarezza, cominciavo a sentire freddo, quando accadde qualcosa di incredibile. Se non fosse accaduto a me non ci crederei. Aveva il passo deciso, veniva verso di me con in mano uno di quei bicchieri di plastica che si usano nei bar, sorrideva. Era di nuovo lei. Mi disse: "Prendi, barbùn! Buon Natale!" Era un bicchiere caldo di latte e caffè, ben zuccherato, offerto con trasparenza.
"Senti, le dissi, ma tu chi sei?". "Semplice. Sono una donna, no?". Questa frase mi ha come illuminato. Quando la ricordo, mi viene voglia di chiudere gli occhi per rivivere quel momento. Per riflettere e per ringraziare Dio.
"Ho già telefonato a mia madre - continuò - mi ha detto che puoi venire a casa nostra così passi il Natale con noi. Non è bello? Alzati, cammina, vieni con me!". Non me lo avesse mai detto!
Quell’ "alzati e cammina" esplose nell’intimo del mio cuore come la voce di Gesù che chiamava Lazzaro dal mondo dei morti. Oggi, a distanza di anni, capisco che era proprio lui che mi scuoteva nel torpore della mia disperazione, che mi prendeva per mano attraverso la mano di quella ragazza.
"Non ti preoccupare di niente. Ti fai una bella doccia, per i vestiti prendiamo quelli di mio fratello. Dobbiamo fare presto perché a mezzanotte voglio andare a messa". "Ehi, adagio! adagio! Ma tu corri sempre così nella vita?" le dissi. Ma ormai ero già in piedi. Mi prese il bicchiere vuoto, lo fece sparire in un cestino. "Sono contenta che tu conosca anche mia madre. Vedrai".
Un turbine di pensieri mi affollava la mente. Questa ragazza è troppo strana! Non è la solita suora in borghese, perché è troppo moderna. Non è nemmeno l’esercito della salvezza. Non è una ragazza in cerca di esperienze amorose, ma sarà mica in cerca di marito? E poi cos’è questa storia della madre? Forse mi sto cacciando in un altro guaio. E se mi fanno delle domande?
"Eccoci arrivati. Mamma, sono io! Buon Natale a tutti" disse buttando la borsetta sul divano e andando a dare un bacio alla madre. "Vieni, Marco, ecco mia madre", disse con gioia e con una venatura di orgoglio.
La madre? come la figlia: niente domande personali, solo proposte di aiuto. Sapeva parlare senza mai domandare niente. Concretezza e discrezione, intuito femminile e delicatezza. La prima cosa che mi disse: "Hai fame? Vuoi mangiare subito qualcosa?" e mi tolse dalle spalle quel ridicolo cappotto nero.
"Sai, ci ho ripensato. Prima ti riscaldi un po’, ti fai una bella doccia calda e poi mangiamo assieme qualcosa. A messa ci andiamo domani. E se mi vuoi fare un regalo, cerca di sorridere. È anche tuo il Natale, no?".
Le cose andarono veloci, leggere. Conobbi il marito, il fratello. Non dimenticherò mai quella cena di mezzanotte, la luce di quella sala, la dormita solenne fatta nel divano del salotto preparato apposta per me.
A Natale, a tavola, lei mi disse: "Ho parlato con papà e con mio fratello. Siamo tutti d’accordo, rimani con noi fino a tanto che non trovi un lavoro. Vero, papà, che lo aiuterai?".

Il resto lo conoscete. Rimasi in quella famiglia, lavorando per un anno e mezzo come imbianchino, poi venni tra voi. Oggi sono felice di rivivere il mio sacerdozio. Ma i risvolti più intimi e provvidenziali della mia vicenda come potrei descriverli? Chi mi crederebbe? Eppure è la verità. Il mio ritorno alla parte più vera di me stesso è iniziato in quella vigilia di Natale  sugli scalini dl quella stazione, quando una ragazza mi ha preso per mano e mi ha detto: "alzati, cammina, vieni con me". Forse neppure lei, allora, sapeva quanto fossero ricche di senso divino quelle parole.
La mia permanenza in quella famiglia fu un cammino graduale verso la verità. Lei poté aiutarmi in maniera decisiva, forse proprio grazie al fatto che era donna. Quell’incontro nascondeva per me un vero dono di Dio da non sprecare, anche se al di fuori di ogni schema e di ogni possibile previsione. Di fatto, le funi che mi hanno tirato su dalla fossa furono gli atteggiamenti costanti di quella ragazza e della sua famiglia meravigliosa, una famiglia forte della propria fiducia e del coraggio della propria serenità, capace di insistere perché non me ne andassi. Soprattutto la figlia e la madre mi hanno aiutato a guarire perché sono state "femminili" con me quando hanno deciso di essere buone per prime, di essere creative, di guardarmi con fiducia, di essere pazienti.
Mi sono sentito accolto nel senso più profondo cioè non giudicato ma piuttosto rispettato nelle mie idee e nei miei fallimenti. Ciò non significava da parte loro mancanza di convinzioni o di idee personali e neppure significava indifferenza dinanzi ai compromessi. Ma ogni rapporto, ogni colloquio rivelava comprensione, attenzione, coinvolgimento. È stata una relazione profondamente umana, ove la mia situazione drammatica non veniva ignorata ma piuttosto diveniva la porta di "comunicazione" che permetteva loro di entrare nel mio mondo. Avevo la sensazione che mentre parlavo di me, più che le parole fossero ascoltati i miei sentimenti, le mie paure, i miei rimorsi, i miei desideri, In una parola: la mia identità.

Ringrazio Dio che mi ha fatto incontrare una donna chiara, limpida, trasparente, autentica, schietta, vera. Gli atteggiamenti intolleranti qualche anno prima mi avevano dato il colpo di grazia. Da quel Natale una donna sensibile e flessibile mi aiutava ad accettare con pazienza me stesso e la vita, mi incoraggiava a rispettare i tempi lunghi della verità. Non ho avuto difficoltà a lasciarmi persuadere della mia parte migliore che si rifletteva, come in uno specchio, nelle parole e nell’equilibrio di lei. Le sue parole erano veramente semplici ma piene di amore verso il prossimo. Contenevano sempre una forte scorta di saggezza.
Mi è stata donata l’esperienza di una amicizia fondata sulle profondità della vita dl una persona integra, un’amicizia solida perché sostanziata dalle ricchezze dello spirito femminile. Un’amicizia fatta di rispetto, fedeltà, calore, servizio. Un’esperienza che ancora adesso mi sostiene e mi illumina dentro.
Qualcuno dirà che sono un ingenuo, che non ho mai incontrato problemi reali nella vita, che non mi sono trovato in situazioni veramente rischiose. Vi garantisco, anche io ho incontrato le difficoltà legate alla mia natura di uomo pieno di egoismo. Ma ho anche sperimentato che quando una donna è retta e ama veramente, quando è cresciuta nel rispetto della verità, allora il cammino accanto a lei diviene grazia e i momenti personali di difficoltà possono trasformarsi in occasioni provvidenziali di crescita verso la maturità e l’armonia.