L'umanità del prete è fatta di parole e di silenzi, di sguardi e di gesti. Basta poco. Basta il cuore.
Non più separato come se fosse membro di una casta privilegiata, ma solidale con gli uomini loro. Uno di loro. Uno per loro.

Meno angelo, più uomo
Il primo venerdì del mese è sacro. Guai a chi lo tocca.
Nella mia parrocchia c’è l’adorazione eucaristica. Molto partecipata. Problema: proprio questo venerdì cominciano il loro catechismo i bambini più piccoli. Dovrebbero iniziare in Chiesa.
"Don", mi hanno detto i loro genitori, "c’è l’adorazione, non possiamo portare i bambini in Chiesa". "Andremo in Chiesa con i bambini. Loro saranno contenti. E sarà contento pure Gesù che amava molto i bambini".
Facce stralunate, come a dire: attento a non toccare le tradizioni. Se mettere al centro l’Eucaristia significa mettere al margine i bambini, io non ci sto. Eucarestia e bambini stanno bene insieme, a costo di far arrabbiare qualche "pia" persona.
Mentre celebro la Messa, un bambino arriva in ritardo. Mi guarda, mi saluta con la mano e mi dice: "ciao". Interrompo ciò che sto facendo, lo guardo, gli rispondo con la mano e gli dico "ciao".

Alla sepoltura di un giovane mi viene da piangere sentendo il singhiozzo della mamma. Piango. Le porto un fiore al momento della pace. Non vuole staccarsi dalla tomba dove stanno chiudendo il suo unico figlio. La prendo per mano e l’accompagno verso casa.

La notte di Natale, un parrocchiano poco prima della Messa esce di Chiesa. Lo troviamo morto in strada. Corriamo, gridiamo, piangiamo. La Messa corre veloce, il pensiero vola dal Bimbo a questo papà, dalla culla alla bara. Dopo la Messa, i parrocchiani vengono a farmi gli auguri. Scoppio a piangere. Se ne vanno in silenzio. Il giorno dopo ricevo un biglietto: "grazie! È la prima volta che vedo piangere un prete".

Il prete: un uomo
Il grande pericolo per un prete, un vero peccato mortale perché uccide il suo sacerdozio e quanti lo incontrano, è diventare familiare di Dio e, nello stesso tempo, lontano ed estraneo agli uomini. È penoso incontrare un prete frettoloso, freddo, distante. Come se le vicende di Dio e le vicende umane fossero cose diverse, strade che non si devono incontrare.
Quando Dio ha creato l’angelo custode, gli ha detto: ‘illumina, custodisci, reggi e governa’. Quando Gesù ha voluto il prete, gli ha detto: ‘piangi con chi piange ...’.
Il prete piange, ride, gioca, lavora, tace, si fa domande. Il prete ha dubbi, certezze, fatiche, perplessità, speranze, delusioni, illusioni.
Questi sono i verbi e gli stati d’animo che fanno del prete un uomo.
All’altare o in ufficio, per strada o all’oratorio, durante una riunione o mentre confessa il prete è uomo. Di Dio. Ma sempre uomo.
La mia umanità è necessaria alla mia missione di prete come l’acqua è necessaria per cuocere la pasta. Senza acqua non si fa niente. Senza umanità, il prete sputa sul metodo di Gesù, l’Incarnazione. Non segue il maestro. Dunque fa altro.

L’umanità del prete è fatta di parole e di silenzi, di sguardi e di gesti. Basta poco. Basta il cuore. Basta ricordarmi che l’altro ha con me un legame di sangue: non sei un estraneo, anche se non ti conosco. Sei per me uno di famiglia. Uno di casa. Un regalo che Dio mi fa. Scelto da Dio per me. Messo sulla mia strada perché io cresca e diventi più uomo, un cuore d’uomo, che  vibra; palpita, intuisce, comprende.

A scuola di umanità
Per diventare sempre più uomo e sempre meno angelo, io devo andare a scuola. Sì, a scuola. Per imparare l’arte di essere uomo. L’aula è ogni ambiente frequentato. Insegnanti sono tutte le persone che incontro. Ciascuno mi può insegnare qualcosa. Non importa se è sano o ammalato, santo o peccatore, credente o ateo. Ogni persona ha un cuore, un’esperienza, uno spessore di vita che mi possono giovare. Alla scuola di umanità non servono i libri. Basta solo osservare. E fare tesoro.
La mamma con il suo bambino. Il nonno con il suo nipotino. L’innamorato con la sua ragazza. Il malato e la sua croce. Una persona ferita e le sue lacrime o la sua rabbia.
Il cuore di un prete deve vibrare di questi e di altri amori. Deve vibrare di sentimenti e di sensazioni. Senza paura di essere frainteso dai soliti male intenzionati. Con un minimo di discernimento per non diventare facilone.
I bambini sono ottimi maestri di umanità. Non sono ancora stati ingessati dentro un ruolo (orribile pensare al sacerdozio come ad un ruolo) o dentro uno schema.
Sono naturali, spontanei, schietti. Piangono, ridono, giocano. Senza lasciarsi condizionare da quello che gli altri possono pensare di loro.
Io, prete, sono un uomo se ho la spontaneità e l’immediatezza del bambino, l’attenzione premurosa di una mamma, la concretezza di un papà che lavora, lo slancio di due innamorati, la benevola condiscendenza dei nonni mentre guardano il nipotino.
Non più separato dagli uomini, come se fosse di una casta privilegiata, ma solidale con loro. Con loro. Per loro. E’ questione che tocca l’occhio, il cuore, le mani.

Occhio, cuore, mani
L’occhio ti fa vedere. Fuori e dentro. Maria ha visto il disagio degli sposi di Cana.
Uno sguardo attento ti fa intuire se e quando devi tacere o parlare, stringere la mano o prestare il tuo fazzoletto. L’occhio ti aiuta a vedere i bisogni esterni ed interni. Ma soprattutto ti aiuta a vedere l’altro senza metterlo nel casellario personale: buono-cattivo, benestante-pezzente, che devo amare-da cui mi devo difendere, simpatico-antipatico ... .
Tutta roba da Antico Testamento che dimostra quanto il Cristo, la cui stola portiamo sulle spalle, sia lontano dai nostri criteri.
Il cuore ti scoppia dentro. Ti lascia inquieto e non trova pace fino a quando non hai trovato la risposta per il tuo fratello.
Se tu cerchi casa perché sei sfrattato, il mio cuore non mi lascia dormire fino a quando non troviamo casa. Se l’usuraio ti butta nella disperazione, il mio cuore brucia fino a quando tu non trovi pace. Se tu hai perso il lavoro e non hai di che arrivare fino alla fine del mese, il mio cuore cerca soluzioni e non si arrende. Insomma, il mio cuore mi urla dentro e mi dice: il suo problema è il tuo, perché tu sei lui, e lui è il Cristo che ha bisogno dite.
Le mani ti prudono. Se i tuoi problemi sono i miei, le mie mani non possono stare ferme: bussano, telefonano, insistono. Di giorno e di notte. L’umanità del prete lo porta a ‘fare’, a non stare mai fermo, a trovare una soluzione, a coinvolgere altri.

Preti che puzzano e preti senza odore
Gli angeli non riposano mai. Il prete sì. Se non mi riposo, presto inaridisco e passo dalla carità all’attivismo che è poi fare pugilato con il vento. Inutile e ridicolo: mi autoproclamo salvatore del mondo, mentre sono servo inutile.
La gente capisce ed ama un prete che dice: ho bisogno di fermarmi. Oppure che ammette i suoi ritardi, le sue incoerenze, le sue malattie fisiche e spirituali.
Lo sente più suo, meno superman, più fragile, indifeso: come noi, uno di noi. La gente ha bisogno di preti che ‘puzzano’ di umanità, non di angeli senza odore.
Gesù Cristo non è nato in profumeria, ma in una stalla. Ha frequentato ogni ambiente, ogni tipo di persona, anche la prostituta. Chissà cosa hanno pensato di Lui.
Chi lo ha incontrato, ha capito. Ed ha visto, sotto la buccia della sua umanità, il cuore misericordioso e delicato di Dio.
Cosa vede in me, prete di Dio, la mia gente?
Se incontra un uomo vero e credibile, sarà più facile che creda «all’incredibile».