L’elemento che rende drammatica l’esistenza, per un sacerdote in difficoltà é un male intimo e profondo che lentamente intossica tutte le facoltà e conduce allo spegnimento della persona.

Esiste nella vita di un sacerdote in difficoltà una fase particolarmente dolorosa e drammatica: quella della percezione di essere affetto da un male spirituale ormai divenuto irreversibile. Si tratta di una situazione interiore, spirituale e psicologica che quasi sempre ha riflessi anche sulla salute fisica del prete. E’ la percezione di essere attanagliato da una sorta di apatia spirituale, derivante dalla mancanza di stato di grazia e di preghiera, cioè di innamoramento per Dio e per i suoi valori.
Non voglio dire che questo male intimo sia già in una estesa fase epidemica ma sono convinto che molti, moltissimi preti ne siano soffocati. Ritengo poi che tutti i sacerdoti dediti all’attivismo pastorale siano soggetti ad alto rischio di fronte a questo brutto male.

Spesse volte contribuiscono alla diffusione di questo male gli stessi vescovi e superiori, quando consentono o impongono al sacerdote un sovraccarico irrazionale di lavoro. Addirittura ho conosciuto qualche prete che se l’è presa con Dio stesso, che aveva affidato loro una missione sacerdotale che, per essere vissuta coerentemente, richiedeva fatalmente una tale super attività da causare un allontanamento di mente e di cuore da Lui. Ma il mio dramma è personale e la mia invocazione è piuttosto: qual’è la giusta terapia?
Nessuno più di questo sacerdote avrebbe maggiore bisogno di confessarsi, di pregare, di vigilare. Eppure proprio questo non gli riesce. Quasi ogni mattina quando si risveglia si accorge di essere privo di motivazioni autentiche, credibili per vivere e per continuare a fare il prete. Sono passati troppi anni di pigrizia spirituale e di concrete molteplici infedeltà, perché - nonostante la percezione dell’immenso bisogno di salvezza - quel prete si rivolga in maniera efficace a Dio e invochi aiuto, fiducioso di ottenerlo.

Quando è più sincero nella solitudine si dice: solo Dio mi può salvare; solo un miracolo di grazia assolutamente gratuita mi può risollevare da questo abisso oscuro. Ma nello stesso tempo pensa di non avere la minima possibilità di riscatto: da solo scenderà sempre più in giù, nella solitudine e nella oscurità del profondo. Non rare volte, quando è solo con la propria coscienza  si dice: sto già entrando nella dannazione; nel mio futuro vedo solo disperazione. Il ricordo della vita vissuta gli rimane come fonte di rimpianto, reso più atroce perché accompagnato dalla certezza che Dio ha comunque amore anche per lui e che la colpa dell’attuale situazione di mancanza totale di grazia è soltanto sua.

Alla mente di quel prete, che si sente  votato alla rovina finale, si affacciano i pensieri più strani: non avrei mai creduto che si potesse giungere così lontano dal Dio dell’intimo, con i piccoli passi delle debolezze, delle infedeltà. Ma Dio si rende conto di quali condizionamenti psicologici profondi sono comunque vittima? Mi riconosce le attenuanti che io sarei pronto a riconoscere a tanti e tante come me? Ma allora cosa è questo tormento che mi toglie il sonno e il respiro? Perché  non fa qualcosa per tirarmi su, Lui che è Amore assoluto? Perché mi lascia invece scivolare giorno dopo giorno nel baratro della mancanza di dialogo e di amore con Lui? Un disperato può anche arrivare a quest’assurda bestemmia: forse il mio posto nell’universo è quello del dannato e Lui lascia che si realizzi fatalmente questo mio destino. Ma non si accorge del dolore che mi pervade? Non si accorge che non posso fare niente, non ho più volontà, sono intriso di passioni e di falsità, non si accorge che da quando mi ha chiamato non ho mai vissuto da adulto davanti a Lui? Come mai non aiuta proprio chi è veramente più bisognoso  come me? Cosa si aspetta da un uomo finito? Che faccia gesti da eroe? Non sa che posso solo morire? Vorrei tanto svanire nel nulla! Al suo posto non mi aspetterei nulla e, dato che è in gioco un destino eterno, io salverei e basta! I teologi dicono che questi pensieri sono senza fede, pensieri di comodo. I teologi forse non conoscono bene la vita del cuore degli uomini e sovente vendono male una stupenda ricchezza che non possiedono, che non conoscono nemmeno. Ignorano il Dio drammatico dell’esistenza dell’uomo peccatore.
... continua