«Purtroppo siamo tutti figli di una cultura dove chi si fa aiutare è considerato un uomo di serie B. Solo chi non si fa aiutare si sente adulto e viene ritenuto confermato in umanità e grazia. Ma dove sono i veri adulti? Se non ami metterti in discussione, se non credi che hai molto da migliorare, da imparare, da crescere, che adulto sei? Che adulto sarai?
Amo la parabola dei talenti, l’invito a sviluppare le potenzialità e a liberare le risorse di vita che sono ancora sepolte in me. Se non coltivo questa convinzione con amore, cosa potrò insegnare agli altri? Forse dirò loro che non si preoccupino, tanto sono già adulti perché hanno trenta o quarant’anni? O sono laureati o sono stati consacrati sacerdoti?
Amo essere una persona desiderosa di aiuto, riconosco serenamente di essere una persona bisognosa di aiuto: per crescere. Gusto chiedere aiuto a chi sa introdurmi nella vita piena a partire dal profondo di me, dal mistero di me, dal groviglio di me. Penso che la capacità di farmi aiutare sia una delle mie qualità migliori, un vero dono che Dio mi ha fatto. Auguro a tutti di farne esperienza».
(sac. dioc., 32 anni)

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«Come vedi, il lavoro non mi manca, è duro, ma al tempo stesso è ben pagato. Ho quanto serve per vivere, aggiustarmi la casetta e scolarmi una birretta alla domenica.
Non mi manca assolutamente niente, eppure ho paura che mi manchi l’essenziale: mi manca il gusto per la vita. Sono stanco dei continui cambiamenti di rotta e non so più cosa voglio. Dio sa quanto soffro.
Oggi è sabato santo e credo che per me la Pasqua continua ad essere un futuro incognito. Dio, dicono qui, scrive diritto anche sulle righe storte, ma fino a quando andrà avanti questa scuola? Ho 40 anni, ma da quando ho lasciato la missione ho lasciato la mia vita. C’è qualcosa che mi sfugge e non riesco a definire. La psicologia, l’analisi mi ha praticamente portato a credere che il sacerdozio per me è stato un triste inganno, ma perché allora non riesco a ritrovarmi? Perché, sacerdote o no, sono senza senso?
Ti chiedo scusa se parlo sempre di me, ma non ho altre persone con cui dividere questa esperienza. Qui ci sono i padri con cui lavoravo prima, ma nessuno fino adesso s’è fatto vivo. Solo il Vescovo è venuto a casa mia il giorno di Natale, per dirmi di mettere a posto le carte burocratiche e uscire un poco dalla mia tana. Loro vogliono solo che io chieda la dispensa e nulla più, come se fosse la cosa più facile del mondo. Il mio problema invece è quello di vivere con un qualche senso ...».
(sac. rel., 44 anni)

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«Alcuni pensano che "essere in difficoltà" è uguale a dire "preti con figli e moglie". Questo mi ha causato tristezza e perplessità! Come se le difficoltà dei preti fossero solo queste! Secondo me figli e moglie sono sovente il risultato di altre mancanze, di altre difficoltà, senza dire che, almeno qualche volta, sono frutto di scelte sofferte e ponderate. La mia difficoltà, per esempio, è la non accettazione di essere stato rimosso dalla missione. Così l’ho vissuta io. Ebbene, i figli o la moglie non c’entrano. La mia vita e la mia crisi sono la missione lontana.
Quando avrete occasione, fate presente ai miei superiori che le difficoltà possono essere anche altre, le difficoltà di casa nostra, quelle  che di solito favoriscono o scatenano le difficoltà personali.
(sac. rel., 36 anni)