E’ assolutamente necessario evitare un grave errore. Voi affermate  che "le profondità della persona sono sempre sostanzialmente positive e abitate dallo spirito di resurrezione". Ma dimenticate che esistono sacerdoti, e io sono fra questi, che ormai sono finiti, sono già morti.
Il grave errore assolutamente da evitare, pena la rovina di coloro che cercate di aiutare, è quello di sopravvalutare le possibilità di riscatto di un uomo in frantumi. La vostra  esperienza vi fa affermare che avete visto "i morti risorgere", ma non dimenticate mai che alcuni morti, e io sono fra questi, non risorgono, non possono risorgere!

Esistono persone che nascono con un male intimo e profondo dal quale non riescono a guarire. I superficiali dicono: "Sono tutte storie! Si mettano a pregare e guariranno". Magari fosse così semplice! Infatti si tratta del male di non essere stati amati a suo tempo, e la nostalgia di un calore che desideravi e che non ti ha mai riscaldato, è l’angoscia di non avere un senso per nessuno, nemmeno per Dio. È l’angoscia del non senso di tutto. Del non senso di Dio.

Esistono sacerdoti mai nati come persone. Consacrati e coerenti fino a quando ce l’hanno fatta, prima o dopo sperimentano la peggiore delle frustrazioni: l’inutilità, l’inefficacia, l’impotenza  della grazia sulla loro miseria. La nostra struttura di persone completamente vuote di calore, di interessi, di ragioni per vivere si manifesta drammaticamente: la ricerca di compensazioni, poi la delusione crescente ed infine la disperazione, la voglia di fuggire, di morire: ecco la nostra vita. L’affetto degli amici, le relazioni interpersonali, non riescono a sciogliere il ghiaccio profondo dell’anima. Tutto rimane così lontano. Dio è così assente! Quando dicevo: "Questo è il mio corpo", come era lontano quel Gesù che avevo tra le mani. Completamente assente.

Come potrei continuare in una simile menzogna? Dove trovare la forza per continuare un simile assurdo sforzo? E in nome di chi? Del vescovo che mi ha consacrato senza rendersi conto che consacrava un corpo senza anima? Un’anima senza fede? Una fede senza speranza? Un giovane senza età? Un uomo vivo per finta, per caso, per forza?
Cari amici, almeno voi cercate di evitare il tragico errore di caricare di ulteriori responsabilità quegli uomini che "si sono trovati" ad essere preti così come si sono trovati a vivere.

Noi sacerdoti vuoti d’anima, come i tossicodipendenti, gli ammalati di aids, gli alcolisti, abbiamo bisogno di essere capiti in questo nostro dramma di non esistenza. Abbiamo il bisogno, molti di noi e nonostante le apparenze, di essere accolti per quello che siamo realmente: degli incapaci d’incarnare qualsiasi modello di vita che non sia quello dell’uomo finito.
Abbiamo bisogno di essere supportati come dei pesi morti. Avete ragione quando prospettate alcune case dove ospitare i sacerdoti che per diverse circostanze (e non certo perché "è comodo stare in crisi"!) hanno  bisogno di essere aiutati a sopravvivere. Quella casa dovrebbe chiamarsi "Casa non ce la fa più". Una casa che sia ricca di umanità, dove qualcuno insegni tre o quattro cose fondamentali. La prima: come far divenire preghiera, e non motivo di bestemmia, la nostra totale solitudine. Come acquisire uno sguardo misericordioso sulla nostra storia affinché l’angoscia possa trasformarsi in amore. Dove trovare le energie che facciano superare i determinismi e i vuoti che ci portiamo dentro. Ed infine, come guadagnarci il pane ogni giorno e con il pane la dignità di uomini.
E il sacerdozio? Sì, qualcuno dovrà sempre insegnare a trasformare in eucaristia la nostra crocifissione fatta di tristezza e rabbia, di desideri e amare delusioni. La nostra Messa è questa, fatta di perdono da chiedere e da dare.