Ci sono ancora in circolazione alcune menti superficiali o mal intenzionate che si ostinano a negare l’uguale importanza e complementarietà che uomo e donna hanno nel creato e nel mondo degli umani. Credono che le virtù e i valori dell’uomo siano superiori a quelli che caratterizzano la donna. Hanno paura di ammettere la forza della natura femminile. O addirittura temono di perdere  un eventuale confronto.

Giovanni Paolo II ha scritto una lettera chiarissima sull’importanza della donna nella vita e nella formazione del sacerdote. In quel documento sono ricorrenti alcuni dei temi fondamentali del vostro concepire la donna come dono di Dio per il sacerdote. Era ora!
Personalmente, posso dare testimonianza che la donna, serena nella sua umanità e matura nella sua fede, "con il dono disinteressato di «fraterna» femminilità irradia di luce l’umana esistenza (dell’uomo e dei sacerdoti), suscita i migliori sentimenti di cui l’uomo è capace e lascia sempre dietro di sé una traccia di riconoscenza per il bene gratuitamente offerto" (Giovanni Paolo II). La parola "bene", per me, racchiude gli innumerevoli valori che equivalgono al meglio della vita.

Ringrazio Dio per aver incontrato tante "sorelle" che mi sono state accanto con cuore umile, mi hanno accolto con rispetto sincero, mi hanno sostituito davanti a Dio quando pregavo poco, mi hanno conservato il sorriso e la fiducia quando facevo il tardo adolescente, mi hanno ricordato serenamente che cosa è essenziale nella vita (cioè la coerenza) incoraggiandomi, nel silenzio, a divenire fedele. Altro che tentazioni!  Il vigore tenero e la tenerezza vigorosa della donna, anche giovane, la sua serenità e semplicità, la sua coerenza nell’impegno di crescita personale, fanno tanto bene al prete. Per me è stata una vera grazia, continua ed efficace. Una grazia di maturazione.
"Per vivere nel celibato in modo maturo e sereno è particolarmente importante che il sacerdote sviluppi profondamente in sé l’immagine della donna come sorella" (Giovanni Paolo II). Voi lo credete e lo fate semplicemente da anni. Non solo "l’immagine" ma anche "la presenza"! E mi risulta che non avete mai dovuto pentirvi di questo.
Forse, l’esperienza che mi ha fatto più bene è stata proprio questa. Constatare che non è possibile nel prete un ministero di autentica paternità spirituale senza l’acquisizione di un’esperienza, divenuta fondamentale e permanente, della donna come sorella, senza la certezza che nella mente di Dio e nel cuore della Chiesa uomini e donne sono fratelli e sorelle e possono vivere come tali, ogni giorno. E’ un rapporto possibile e auspicabile, senza del quale l’umanità del sacerdote rimane monca, immatura, e quindi non serenamente feconda. Certo, in questo campo il prete deve fare scelte radicali e coerenti, si deve allenare nella fedeltà del cuore e della volontà, nella rinuncia all’ambiguità, ai sogni, alle evasioni.

Da voi ho imparato che una sorella è "intangibile", non oggetto di desiderio ma compagna di cammino. Proprio per la sua "intangibilità" come sorella essa diviene mediatrice di valori per chi si rapporta a lei con il gusto del crescere, nel segno della gratuità e della interiore libertà. Tra voi le donne sono sorelle senza dover essere suore. Compagne, sposate da un Altro Amore che ce le ha donate perché apprendessimo che si può vivere "in tutta purezza", anche - o ancor più? - con loro accanto.
Aver gustato la loro soave fortezza, sentirle presenti come sorelle fa ri-conoscere e ri-assumere con maggior pace e impegno il celibato. E vero che "proprio a causa di una donna alcuni sacerdoti hanno abbandonato il ministero sacerdotale" (Giovanni Paolo II) ma è anche vero che a causa di alcune (o molte?) donne molti sacerdoti ritrovano se stessi.

Grazie, parchè sommessamente non avete paura di riconoscere e di vivere questa parte del vangelo.