Alla radice della mia crisi di sacerdote parroco c’era il senso di impotenza, di inutilità, di ignoranza di fronte alla coppia cristiana, la difficoltà di tenere il passo con l’evoluzione rapida della famiglia. Le coppie e le famiglie si sono rivelate come realtà che esistono distanti, distaccate dalla fede, vivono senza accorgersi del sacerdote, del loro pastore. Isolato, superato, incapace di ritrovare il giusto rapporto con le coppie e le famiglie, cioè con le cellule della società. Isolato e senza alcuna significanza per le cellule dell’umanità.
L’aumento delle convivenze, dei matrimoni civili, delle separazioni e dei divorzi, dei conflitti coniugali: tutto ciò mi ha trovato impreparato, mi ha reso amareggiato, mi ha paralizzato. Fino a ieri, il prete per la famiglia era tutto: consigliere, pedagogo, arbitro, maestro di vita, avvocato, eccetera. A questo ero stato … preparato. Ora tutte queste funzioni sono passate agli esperti, ai tecnici, la chiesa è stata sostituita dai consultori, dai centri assistenziali, dagli studi degli psicologi.

Ho dovuto accettare di non essere affatto quel punto di riferimento insostituibile che mi avevano detto. La gente più semplice, più docile, più disposta a lasciarsi guidare e per la quale ero stato formato non esiste più. Impreparazione, emarginazione, disorientamento: ecco i sentimenti che hanno pervaso il mio animo di sacerdote nel rapporto con la parrocchia, con la famiglia e con la coppia in particolare.

Mi sono trovato a vivere tra giovani che chiedono il matrimonio religioso senza avere fede, tra divorziati risposati che chiedono di accedere ai sacramenti, con un gruppo impegnato che vede in me una guida per vivere con originalità il dono del sacramento e con coniugi che dichiarano, al contrario, di risolvere da soli, i loro problemi morali e spirituali perchè ritengono la mia preparazione insufficiente e vecchia rispetto alle situazioni concrete. Io stesso ho fatto esperienza che la mia dottrina appresa nel passato con caratteristiche prevalentemente giuridico-morali non sia più uno strumento valido per far crescere le persone nella coppia cristiana, per rispondere a tutti quei nuovi problemi e a alle loro nuove esigenze.
La mia vita di consacrato nel celibato mi aveva impedito di cogliere tutte le ricchezze (e le difficoltà) che caratterizzano una vita condivisa tra uomo e donna, tra persone che fanno unità tra di loro comunicando a tutti i livelli di vita.

Vi voglio ringraziare perché  mi avete  regalato il senso del mio limite di uomo celibe, il senso di umiltà e di ascolto della coppia che mi mancava tanto, il gusto di imparare, di dare fiducia quando la coppia parla di se stessa. L’avermi inserito nella vita di alcune coppie di vostri amici mi ha fatto comprendere quanto sia giustificato il lamento dei fedeli che non si sentono conosciuti né presi sul serio nella loro specifica realtà coniugale, non si sentono considerati nella loro esperienza, nelle loro difficoltà, nelle loro ricchezze. Grazie, per aver dato scrolloni decisivi alla mia presunzione sacerdotale, per quando affermavate  che molti ritardi nella teologia del matrimonio e nella spiritualità coniugale e famigliare sono dovuti a quella nostra presunzione che ha tolto spazio alla riflessione "originale" dei coniugi cristiani e alla esplicitazione dei loro carismi.

Il rapporto di amicizia con diverse coppie di sposi mi ha educato ad avere la giusta collocazione nei confronti della coppia e della famiglia. Innanzitutto mi ha restituito la corretta immagine di me, quella di un fratello qualificato e non di un intruso né di un deus ex machina capace di risolvere ogni problema umano. Un fratello qualificato perchè sacerdote, che può anche perfezionare il senso del proprio servizio spirituale con lo studio e con l’esperienza, ma sempre senza sopravalutarsi.
Soprattutto ho imparato che le persone che formano la coppia non sono due persone singole poiché nessuno dei due è solo se stesso ma fa parte di un’altra vita! Ho imparato che è bellissimo impostare il mio impegno pastorale in modo che ognuno dei due appartenga sempre più all’altro!
Nei confronti della donna il sacerdote vive sovente una certa ambiguità, quella di cercare un rapporto che sia recupero di esperienze mancate. Mi è stato veramente utile rendermi conto che anche io porto dentro di me il desiderio naturale e non realizzato di un rapporto personalizzato con la donna, ma con una carica dì affettività di tipo adolescenziale tendente alla idealizzazione di lei. Ho imparato a non rivestire il falso ruolo di consolatore qualificato di lei distogliendo la sua attenzione dal marito. C’è un cammino di coppia che lui e lei devono faro insieme ed io sacerdote non devo essere un altro compagno di cammino.

Il contatto con alcune coppie cristiane è stato per me come una scuola spirituale ove ho riscoperto con gioia che la mia castità annuncia, con la vita, che anche io amo. Amo un Essere che mi trascende e che per primo mi ha amato.
Amo con un rapporto modellato sulle esigenze di Lui. Ho scoperto anche che la sessualità è uno dei modi di stabilire dei rapporti umani e di essere fecondi ma non è né il solo né il più intenso.