Mi avete  accolto come un uomo sacerdote in gravi difficoltà fisiche, psicologiche e spirituali. Ferito anzitutto nella mia dimensione umana che interferiva inevitabilmente nella mia relazione a Dio, avvicinandomi ad uno stato doloroso di depressione e disperazione. Per quasi dieci anni, da voi mi sono sentito accolto e voluto bene. Come potrei dimenticare tutti i  numerosi collaboratori, uomini e donne, specialmente i laici, che mi sono stati vicini in ogni problema, che mi hanno aiutato, magari con un invito a cena a casa loro, o accompagnarmi ad una visita medica, un procurarmi una medicina o addirittura una chitarra, un vestito, una vacanza, presentandomi ad un uomo o a una donna amici di Dio; ma soprattutto, lo ripeto, volendomi bene. Apparentemente quelle che ho ricevuto possono sembrare piccole cose, ma sono dilatate in una grande dimensione: quella del tempo, e una grande profondità, quella della gratuità. Non sono stato voluto bene una volta, poche volte, ma tante e tante volte, per anni, e senza aver dovuto dare nulla in cambio. Anche se forse la mia vita non sembrava corrispondere alle vostre attese, voi avete continuato a starmi vicino, ad aiutarmi, senza chiedermi null’altro che di cercare di stare meglio con me stesso.

I vostri cuori sono stati la mia casa, la mia sicurezza, la mia copertura anche quando ero tentato da altre avventure nelle quali sicuramente mi sarei perduto, "nelle tenebre e nell’ombra della morte". Se dovessi dire in tre parole che cosa siete stati per me,  userei questi termini che evocano il tempo di Avvento che stiamo vivendo: benignità, longanimità, pazienza. Benignità per il bene concreto, materiale e spirituale, che ho ricevuto; longanimità per la tolleranza dell’attesa dei miei lunghi tempi di crescita; pazienza per la vostra tranquilla perseveranza nell’aspettare operando per il mio bene, portando con me la mia croce.
Adesso, che in pace con me e con tutti sono pronto a ritornare nella mia diocesi (che avevo lasciato quasi sbattendo la porta, incapace di riconoscere che il primo problema ero io, non i miei fratelli), sento che non vi lascio. C’è ormai un’appartenenza che mi lega in qualche modo a tutti voi. Tanti anni di amicizia, di affetto, di grazia non si cancellano e mi sento parte, magari periferica, della vostra vita. Quanto sarei contento di donarvi un po’ del mio tempo e delle mie forze perchè possiate continuare ad aiutare altri come avete aiutato me!

Carissimi fratelli, mi avete  chiesto se a mio parere dovete cambiare qualcosa. Cosa posso dirvi: in casa vostra cambia sempre tutto! Tutto, meno l’amore semplice e coraggioso. Ognuno di noi è aiutato e ben voluto in maniera diversa e il servizio  che ho conosciuto tra voi si adatta, si adegua, a coloro che vengono tra voi, senza imporre metodi specifici, cammini di crescita in itinerari precostituiti. Forse proprio questa caratteristica evangelica, questa imitazione di Gesù "che si fece povero per arricchire noi tutti della sua ricchezza", che non  pretende che il malato si adatti come se fosse sano, questa umiltà dinanzi alle necessità concrete e personali è sicuramente garanzia di autenticità da non cambiare, espressione di fede e di speranza. 
Il Signore vi doni di continuare così a servire i sacerdoti in difficoltà con questa coraggiosa libertà di spirito, con questa benignità, longanimità e pazienza che hanno portato così grandi frutti.