Non vorrei rovinarti le feste di Natale, ma mi hai chiesto "una lettera dal vivo della mia sofferenza".
Eccola, se credi stampala. Ti autorizzo a stendere sulla finestra i panni della mia vita anche se sono a brandelli.
Spero qualcuno pregherà per me.

Raccontarti tutta la mia storia? Impossibile. Su un punto preciso, però, desidero soffermarmi perché le testimonianze che pubblicate non lo toccano mai. Si tratta del punto di arrivo di molte crisi di vocazione legate a profonde crisi di umanità. Sono Convinto che quasi sempre se Dio e gli amici non vengono in aiuto, sia pur in forme e intensità diverse la conclusione sia: disperazione.
Raramente questo stato intimo dell’uomo sacerdote viene rivelato agli altri o riconosciuto davanti a Dio. Ma il sacerdote in difficoltà, quasi sempre Io sperimenta come un travaglio permanente, che gli si presenta alla coscienza dal momento del risveglio mattutino e l’accompagna fino alla sera al momento del riposo nel sonno. Da solo o in compagnia, nel silenzio o nel frastuono dell’attività sente sempre dentro di sé il peso della disperazione.

So cosa è questo avvilimento senza scampo, questo abbattimento generale senza via di uscita. E' come una tristezza intima e soffusa, come un velo permanente che toglie all’anima la possibilità della gioia e della serenità, che paralizza le aspirazioni. E' come una noia che rende la fedeltà ardua, impossibile. Questa impotenza dinanzi alle esigenze della fedeltà a Dio e ai fratelli in me si è addirittura mischiata con un desiderio di annientamento, di fuga e di morte. So bene cosa è il "taedium vitae", disperazione silenziosa che come un virus, lentamente ma inesorabilmente intacca tutte le zone vitali dello spirito. Oggi mi ritrovo a costatare che tutto, proprio tutto, è divenuto insipido e senza interesse. Non solo il gusto per la celebrazione dei sacri misteri o l’annuncio del Vangelo, ma si è spenta in me la stessa aspirazione verso ogni "valore".

Ecco, credo che questo sia il mio vero dramma: si è spenta in me la speranza teologale, e purtroppo si è acceso in me un principio di morte spirituale; ho perso il senso dell’amore di Dio verso di me. Mi aumenta la disperazione di non poterlo più incontrare come amore e verità in persona. Come mi potrebbe amare quel Dio che vede tutto e che raggiunge le profondità e le radici dell’uomo, quel Dio che conosce tutta la mia ignominia e le mie bruttezze? Senza di lui, sono fatti definitivi, irreversibili la mia incompiutezza come uomo e come sacerdote, la mia lacerazione tra bene e male, tra verità e menzogna, tra ideale e debolezza. Penso di essere per causa mia un’opera incompiuta. La mia fame non può più essere saziata. Sono imprigionato nella solitudine del mio vuoto spirituale, del mio non senso, della mia non speranza, dalla quale non può sottrarmi né il suicidio né il sonno. Sono un prete senza futuro, perché il mio orizzonte ormai è soltanto la mia incapacità di bastare a me stesso, l’angoscia di sapermi creatura priva di Creatore.

È terribile percepire a 48 anni di aver vissuto invano. E terribile la costatazione della propria lontananza dal progetto divino e dall’attuazione dei propri doveri. E terribile trovarsi a rifiutare valori spirituali perché ci appaiono come ostacoli per una felicità naturale.
Chi si trova come me in questa totale incapacità a risollevarsi, ha la sensazione esatta di non poter essere più aiutato neanche da Dio. D’altra parte, anche se Dio donasse una straordinaria grazia, come potrebbe cooperare un uomo minato nella volontà, contaminato nella memoria, un uomo senza risorse? Il mio animo rimane terribilmente angosciato, schiacciato sotto il peso della propria nullità ed impotenza.
Ho sperimentato la terribile ironia del peccato. Non avrei mai creduto che, ricercato come soddisfazione, anzichè condurmi alla quiete mi avrebbe condotto alla disperazione.
Come potrò cancellare i miei no detti a Dio? Come si concluderà la storia della mia libertà se già fin d’ora sento la morte come giudizio e come perdizione definitiva?
Come farò a superare questa profonda angoscia di separazione da Lui, stanziata più che dalla pigrizia dell’anima dalla diffidenza per il suo Amore? Quale medico, quale cura potrà guarirmi se io sono anche per me stesso una minaccia e una menzogna permanenti a motivo della mia lunga esperienza di debolezze?

La radice della mia disperazione sta nel fatto che la colpa davanti a Dio non può essere eliminata soltanto ad opera dell’uomo. Ormai sono un uomo definitivamente in frantumi proprio davanti a Lui. Anche se con uno sforzo che mi sembra impossibile riuscissi a prendere le distanze da me stesso in quanto peccatore, riuscissi a dissociarmi in pieno dal mio passato, questo non equivarrebbe mai ad eliminare la "fissità" inquietante delle mie colpe, mai sarebbe conversione "reale".
Ho un immenso bisogno di Amici che mi liberino da ogni altro problema e mi diano tempo e spazio perché possa trovare la strada che dal profondo della mia disperazione conduce a qualche barlume di luce.