A Natale tutti parlano di un bambino. Il suo nome è Gesù. Le più belle astrazioni dei teologi, le filastrocche davanti al presepe, gli slogans della pubblicità pagana: tutti ti presentano quel bambino. Vorrei farvi un regalo. Lo dico col cuore. A voi che mi sembrate così umani e realisti vorrei parlare di un altro bambino che ha fatto irruzione nella mia vita, un bimbo prezioso come tutti i bimbi del mondo, prezioso come il bambino Gesù.

Vorrei parlarvi di mio figlio e, con lui, di me e delle ragioni della mia scelta di vita laicale. Ero e rimango consacrato. Un sacerdote in eterno. Riconosco i diritti di Dio e della Chiesa su di me, sulla mia vita. Riconosco la sublime dignità del sacerdozio e del celibato. Riconosco che quella dignità, sovente, è depositata in vasi di creta. Ma come potrei anche non riconoscere i diritti naturali di un bambino, di un figlio?
Noi tutti, specialmente se sacerdoti in crisi di identità o di debolezza, soffriamo perché dentro di noi c’è ancora il bambino disprezzato che siamo stati, il bambino abbandonato a se stesso e tradito, un bambino che vorrebbe con tutte le forze essere protetto e capito, liberato dalla solitudine. Noi tutti sappiamo che i traumi fondamentali dell’infanzia avvelenano tutta l’esistenza e che il nostro profondo fa sforzi immensi e continui per garantirsi una sopravvivenza dall’angoscia dell’abbandono, impegnato a rimuovere da sé ogni ricordo amaro perché altrimenti il piccolo bimbo che è rimasto dentro di noi morirebbe di dolore.

Grande è la tragedia quando subiamo la separazione dalle nostre radici di amore, ma molto più grande è la solitudine di ogni bambino vittima, quando viene defraudato di ogni barlume di speranza, incatenato nel suo intimo da un "segreto" orribile: quello di non essere stato amato. Insostenibile è l’angoscia che invade ogni bambino (anche quello dentro di noi) a cui viene imposta violenza senza possibilità alcuna di difesa, di riscatto.

Gli studiosi dell’animo umano potrebbero dire molto dì più. A me è sufficiente sentire con veemenza padre, che non posso lasciare a mio figlio, come eredità permanente, la convinzione di essere stato abbandonato, l’angoscia di non essere stato amato proprio da me. Non voglio lasciare "solo" un bimbo che porterà per sempre dentro sé questo lutto profondo, incancellabile: non essere stato riconosciuto come persona, non essere stato protetto, difeso, custodito, amato da chi avrebbe dovuto. Il disorientamento fondamentale che gli deriverebbe dalla mia indifferenza graverebbe sulla mia coscienza ben più della macina da molino di cui parla Gesù. Mi sento troppo responsabile. Mi sento colpevole, se non opero coraggiosamente contro questo rischio di distruzione della sua persona e dei suoi diritti, se anche io collaboro nel maltrattare i bambini come purtroppo si fa in ogni parte del mondo. "Ma che colpa ho per essere buttato via così?": questo interrogativo, carico di senso di colpa, sarebbe un seme di rabbia impotente e di disperazione che non devo lasciar germogliare in mio figlio. Sarebbe un delitto dalle conseguenze incalcolabili. La consapevolezza di quel maltrattamento subìto all’inizio della vita verrebbe immagazzinata nelle profondità di quella personcina indifesa e dal profondo reclamerebbe giustizia per tutta la vita.

Ho deciso di onorare quel bimbo. Per me, qualunque altra decisione, qualunque altro gesto di "coerenza" rimane come una menzogna di fronte all’evidenza di diritti inalienabili, è come cercare riparo dentro ideologie astratte o in forme vellutate di negazione della verità e delle sue esigenze radicali. E come accettare di convivere con atteggiamenti mentali distruttivi e con comportamenti devastanti. Del resto come potrei continuare a fare il prete avendo scolpita nel cuore per tutta la vita la solitudine e l’invocazione inascoltata di quella mia piccola vittima?

Sono convinto davanti a Dio che non potrò mai più essere un sacerdote credibile se prima non mi dimostro padre e uomo coerente. L’avvenire di mio figlio come persona dipende dalla mia decisione di paternità. Adesso, per me, il suo avvenire come persona è la prima volontà di Dio.
Voi, amici cari, siete per me come Vincenzo de Paoli che avvolgeva nel suo mantello il neonato abbandonato sulla soglia della chiesa. So per esperienza che anche la causa di questi bambini fa parte viva della vostra amorevolezza, è la gioia della vostra tenerezza. Riconoscere questo, mi è di grande conforto. La mia Chiesa, anche attraverso di voi, proclama che ogni fanciullo è un soggetto di diritti inalienabili, una personalità nascente da far sbocciare, un dono divino da amare. Mi è piaciuto quello che mi ha detto uno di voi, con semplicità sconcertante: "Per la Chiesa il corpo del bambino è tempio di Dio. Per questo, un solo bambino non amato è un crimine contro l’umanità intera".