Caro padre, caro Aiuto al Sacerdote, sono una donna di 60 anni, vivo a Bologna. Il mio lavoro per vivere è quello di lavare le scale in quattro grandi palazzi. Da tanti anni leggo la vostra lettera, la conservo sul comodino, prima di addormentarmi ne leggo cinque, dieci righe. Mi sembra di essere una mamma che legge la posta dei figli lontani. Vi scrivo per dirvi grazie. Le vostre parole mi feriscono il cuore. E non perché sono vecchia.

Ora che viene l'inverno (e l'inverno a Bologna è freddo, sapete) sarà un pò dura lavare le scale e le finestre, ma continuo perché da quando ho conosciuto voi e le sofferenze dei preti mi è venuta tanta voglia di fare questo sacrificio anche per loro. I pochi spiccioli che vi mando cosa sono in paragone di quello che ricevo ogni giorno?

Quando di prima mattina salgo le scale per cominciare le pulizie dal settimo piano, con il secchio e gli stracci per pulire i gradini di marmo, inizio la meditazione, penso a voi. Dopo il pianerottolo, mi metto in ginocchio sugli scalini e comincio a scendere all'indietro e mentre scendo inchinata quasi con la faccia per terra penso ai sacerdoti in crisi e prego per loro. Mi sembra allora di essere in ginocchio davanti a Gesù. A volte mi sembra che Lui sia lì che mi voglia rialzare, per asciugarmi le mani come farebbe un figlio a sua madre; delle volte mi sembra che da un momento all'altro Lui mi debba comparire davanti. Me lo sento così vicino.

Lo so. Voi mi prenderete per pazza. Ma se non lo racconto a voi a chi lo racconto? Delle volte mi viene da piangere e non capisco perché. Scendo le scale in ginocchio e pulisco i gradini con lo straccio e quasi non me ne accorgo perché le lacrime mi escono da sole dagli occhi. Sento tanto dolore per quei figli per i quali so soltanto pregare e mandarvi queste ridicolo spicciolo ogni mese. Come vorrei abbracciarli e stringerli al mio petto di madre, poveri Gesù deposti dalla croce. Come vorrei preparare per loro un piatto caldo, lavare i loro vestiti, preparare il letto ben ordinato. Beati voi che lo potete fare ogni giorno!

Enrico il ragioniere sta uscendo per andare in ufficio. "Maria, perché piangi?", mi chiede. Cosa potrei rispondergli? Piango il dolore di quei figli, piango il dolore di quelle madri. Ma come spiegare che quel pianto non è mio? Mi nasce da dentro all'improvviso, senza che sia legato ai miei pensieri o alle vostre parole. Nasce come se dentro di me ci fosse un altro che vuole piangere attraverso di me, un altro che mi chiede tacitamente di lasciarlo piangere in silenzio, lo lascio fare. Come dire? io mi lascio piangere.

Quando mi metto a lavare i vetri delle finestre (con una mano mi tengo ben stretta alla maniglia perché se no, sai che ruzzoloni alla mia età) mi sembra di essere la Veronica. Lo so che vi fa ridere, ma è così. Al di là dei vetri, lontana c'è la Basilica di san Luca ma si può dire che non la vedo nemmeno perché i miei occhi e il mio cuore sono altrove. Lavo i vetri con il detersivo ma è come se mi trovassi a sfiorare il volto insanguinato di Gesù, è come se potessi carezzarlo. È una sensazione che non so descrivere. So solo che mi riempie di pace, di dolcezza, talvolta di dolore. Delle volte vorrei distrarmi ma non ci riesco. A volte mi dico che sono proprio stupida, ma è più forte di me.
Non avrei mai creduto che pensare ai sacerdoti sofferenti e pregare per loro con amore cambiasse così la normalità del mio lavoro. Le scale del condominio diventano la scala del tempio, i vetri sporchi riflettono il volto del Figlio, lo strofinaccio diventa il velo della Veronica, il secchio d'acqua nasconde sorprese improvvise.

Caro padre, cosa penserai di me? cosa devo pensare io di me? Ti prego, rispondimi, non vorrei senza accorgermene essere sull'orlo della follia. Tu che mi dici?
Dopo il lavoro vado a tenere compagnia a una donna anziana molto malata. Con quello che guadagno faccio un pò di spesa e le porto da mangiare; mangio con lei e le tengo compagnia. Se incontro qualche povero per la strada gli do qualche spicciolo. Poi diciamo il rosario per i sacerdoti che sono i nostri figli. Mi piacerebbe tanto venire una volta da voi per vederli da vicino questi figli che amo tanto perché so che soffrono tanto. Ma ho vergogna a venire perché cosa faccio io per loro?
Tu mi ringrazi sempre per la carità che ti mando, però caro padre, vorrei che non ti preoccupassi per me perché per me è una grande gioia poter essere una di voi, almeno così.

Continuerò a lavare le scale, continuerò a stare in ginocchio con lo strofinaccio in mano e aspetterò, come ogni giorno, che Gesù mi si presenti quando meno me l'aspetto. Un giorno mi è sembrato dì vederlo. Ho visto il suo volto. Mi ero fermata in ginocchio per riposarmi un pò. Lui mi guardava dall'acqua che era nel secchio, lì davanti a me, come se mi stesse guardando da tempo. Forse mi sbaglio, forse non era Lui, ma mi ha preso dentro una gioia così grande, una tenerezza da non poterne più. Mi è rimasta una nostalgia così grande di quegli occhi ... .