Un tragico incidente d’auto, nella nebbia di questo inverno. Uno schianto, all’incrocio tra due strade. Violentissimo. Ti hanno raccolto in pezzi, uomo dei dolori, una corsa all’ospedale. Quindici giorni di camera di rianimazione, una lieve ripresa, poi, all’improvviso, la fine del tuo, del nostro calvario.

Al di là dei vetri, cosa dicevi, con chi parlavi? Noi vedevamo che tu muovevi le labbra come bisbigliando. Con noi non davi cenni di vita. Solo a tua sorella hai accennato un sorriso, un lieve saluto con la mano. Con noi tutti il silenzio, il sereno silenzio di chi è impegnato in un’occupazione molto importante.

Ci siamo voluti bene, per molti anni. Hai camminato con noi, hai faticato con noi, poi ci hai dato un prezioso aiuto, per anni. Non eri tu un sacerdote in crisi? Non eri tu venuto tra noi, per rasserenarti, per ritrovarti? Ora che non ci sei più e che possiamo contemplare in Dio la tua persona e gli eventi della tua vita, come diventa tutto più semplice, più comprensibile!

Il tuo breviario sempre in mano, le tue camminate nel giardino o in riva al mare con la corona del rosario tra le dita, dietro la schiena. Anche allora era facile vederti bisbigliare e sapevamo bene con chi parlavi, anche se a qualcuno quel tuo pregare sembrava eccessivo. Oggi sappiamo il senso profondo di quei passi.

Ti abbiamo affidato alcuni poveri cristi (così li chiamavi tu): un sacerdote in carcere nel sud, un giovane sacerdote malato nella mente, alcuni anziani. Quando sei tornato dal carcere di Cosenza eri sconvolto: "Ho visto Gesù flagellato e ricoperto di lividi". Era don ..., pestato e percosso dai reclusi nell’ora d’aria, "perchè un prete non deve stare in carcere"! Tu gli hai ottenuto dal Direttore una promessa di qualche attenzione e poi un trasferimento di cella e di orari. Questa era una tua capacità: vedere e quasi toccare Gesù nei sacerdoti in difficoltà che avvicinavi. Amare lui in ciascuno di loro, con senso di misericordia o - meglio - di contemplazione era una tua spontaneità.

Nei mesi dell’estate o in qualche scampolo di tempo amavi immergerti nella natura, in montagna o sulla riva del mare. Ma anche le cose semplici, come una foglia o un fiore o il canto dell’usignolo, bastavano a colmarti l’anima e a risvegliare in te vibrazioni di gioia. Ricordi l’entusiasmo con cui dicevi "che bello! che bello!" quando un bambino ti ha fatto ammirare le figure luminose dentro il suo caleidoscopio? E tu lo avevi puntato verso il sole al tramonto ... .
Ricordiamo in molti l’Ave Maria che cantavi sovente per arricchire le feste con il dono della tua voce, calda e appassionata. O forse, senza dirlo, intendevi rendere ancora più sacro e ricco di intimità mariana il clima di gioia fraterna dei nostri onomastici?
I tuoi frequenti gesti di amicizia, un biglietto di auguri, un piccolo regalo, una preghiera recitata insieme, tanta delicatezza nell’offrire e tanta mitezza nel rinunciare, una foto ammirata, una lettera, una musica gustata insieme: erano soltanto i segni della tua sensibilità, della tua vitalità o erano anche il modo concreto, quotidiano con il quale Dio ti guidava a vivere la "tua" spiritualità?
E se fosse proprio vero ciò che tu amavi ripetere: Dio lo amiamo con gli occhi, con le orecchie, con l’olfatto, con le mani prima ancora che col cuore?

Caro amico prete in crisi, quante cose ci stai insegnando ora che leggiamo tanti frammenti della tua presenza tra noi attraverso il caleidoscopio della morte ! Forse noi prendiamo troppo sul serio i dettagli insignificanti delle gracilità e dei limiti umani e non sappiamo cogliere né gustare la soave presenza dello Spirito vivificante al di dentro dell’umanità degli uomini. Ci manca ancora lo sguardo di Dio, che tu avevi, e perdiamo il meglio della vita, sempre protesi a una spiritualità che ci trascende e dimentichi della spiritualità quotidiana di cui siamo impastati e che tu vivevi.

Non ci hanno meravigliato le ultime tue righe manoscritte nel quaderno sempre in ordine del tuo diario. Tu non potevi saperlo ma scrivevi per noi, più che per te, un lucido testamento di coerenza. Negli ultimi esercizi spirituali (sempre fedele a questo appuntamento!) proponevi "Ateggiamenti di fondo. Voglio considerarmi alla luce della fede per ciò che sono: Amato da Dio fin dall’eternità. Amato perciò scelto e preso, benedetto, spezzato e donato. Benedetto: preghiera (mezz’ora quotidiana di adorazione), presenza (ascoltare la voce della natura, delle persone, degli eventi). Spezzato: favorire, accettare, vivere la Croce, ogni croce. Donato: vivere per gli altri, morire per gli altri".

Grazie, caro amico sacerdote in crisi.